CinefiLife – Avatar ritorna al cinema (Recensione e analisi del film)

Dopo una pausa estiva che ci ha regalato diversi film molto interessanti, finalmente torniamo a parlare di cinema qui nella rubrica Cinefilife di Radioeco

Protagonista dell’articolo di oggi è Avatar, il film campione di incassi del 2009 che torna a far parlare di sé grazie al rilascio in sala della versione in 4K, in tutti i cinema già dal 22 settembre.

Paragrafi che troverai nell’articolo:

  1. Cameron: l’unico in grado di uguagliare sé stesso
  2. Lo specchio dell’anima
  3. Muovere i primi passi
  4. Un sogno ad occhi aperti
  5. L’amore rende liberi
  6. Un’ecologia spirituale
  7. Avatar è puro cinema

Cameron: l’unico in grado di uguagliare sé stesso

Non dev’essere stato facile, per James Cameron, sopportare il peso della propria carriera. Si, esatto, avete capito bene, ma non fraintendete, non voglio di certo dire che l’entusiasmo del pubblico e il plauso della critica a kolossal come Titanic o Terminator 2, non fossero stati accolti con gioia dallo stesso regista. È solo che immagino non sia stato per niente facile concentrarsi sul… “dopo”.

Immaginate: siete il regista che con Titanic è riuscito nell’impresa di far uscire nelle sale il maggior incasso della storia del cinema, nonché il film più famoso e premiato di sempre. Personalmente, dopo Titanic sarei fuggito in Messico per la paura di non rispettare le aspettative che i produttori avrebbero avuto su di me di lì a.… sempre.

Ma io non sono Cameron, e il suo genio seppe accogliere il peso di un’eredità così pesante, prendendosi, tuttavia, una pausa di circa 12 anni (forse un pensiero al Messico lo aveva pur fatto), durante la quale sperimentò con nuove tecnologie, lanciando il proprio guanto di sfida al settore degli effetti speciali e visivi. Desiderava portarli al massimo grado possibile. Nacque così il progetto Avatar.

Lo specchio dell’anima

Avatar fu una vera e propria fucina, in grado di portare la tecnica cinematografica a un livello successivo. Il cinema non fu più lo stesso. Cameron rese il grande schermo un portale aperto su un mondo nuovo; agli occhi dello spettatore si mostrarono una flora e una fauna lussureggianti, ricreate secondo ricerche frutto della fantasia autoriale. Quel mondo era Pandora, un luogo unico, e difficilmente esplorabile in tutta sicurezza. Poterlo vedere è un privilegio concessoci solo attraverso il supporto di un “avatar”.

E il nostro avatar sono gli occhi di Jake Sully (Sam Worthington), un marine costretto a muoversi su una sedia a rotelle, membro di un’equipe di ricerca in grado di creare riproduzioni di corpi degli autoctoni del pianeta Pandora (Na’vi) nati dall’unione di geni umani e geni alieni. Attraverso di loro è possibile trasferire temporaneamente la propria coscienza nell’Avatar, in modo da aggirarsi su Pandora liberamente.

Ma l’importanza degli occhi non si esaurisce nella visione degli stupendi effetti visivi, ma si esprime anche nel tema più affascinante e ricorrente nella pellicola: il guardarsi osservando ciò che si è davvero, nella propria essenza, sotto le diversità dei corpi, all’interno dell’animo.

In Avatar gli occhi sono lo specchio dell’anima («io ti vedo»), che può contemplare solo chi non si limita alla superficie.

Muovere i primi passi

Quando Jake trasferisce per la prima volta la sua coscienza nell’Avatar, rinasce fisicamente e mentalmente: può tornare a camminare, prima con difficoltà, come un bambino che muove i primi passi, poi inizia a correre, e la sua diventa una fuga liberatoria. Finisce, dunque, per esplorare Pandora, incappando anche nei suoi pericoli.

Fuggendo per sottrarsi alla morte, Jake incontra Neytiri (Zoé Saldaña) principessa guerriera degli Omaticaya. Neytiri ha già avuto interazioni con altri umani, che lei chiama “popolo del cielo”, e ne conosce la lingua. Jake viene accolto con rispetto dal clan, che decide di far conoscere al marine i suoi usi e costumi.

Avviene l’incontro tra due mondi diversi in superficie e intimità; Jake, “il diverso”, umano nell’anima, ma “indigeno” nell’aspetto, si rapporta con Neytiri, anch’essa “diversa” da lui esteriormente e intimamente. Ma Jake è anche diverso da ogni altro personaggio: è diverso dai suoi colleghi scienziati in quanto marine, è diverso dagli altri marine perché, a causa della sua disabilità, non è in grado di combattere. È diverso dal “popolo del cielo” dato che si innamorerà del popolo dei Na’vi, ma è anche diverso da questi perché può rapportarsi a loro solo tramite un avatar.

Per questo Avatar è tra i film che meglio sanno raccontare il tema del rispetto dell’identità e della diversità. Jake, nel corso della pellicola, scopre un nuovo modo di poter vivere, muovendo i primi passi alla ricerca di sé stesso, al di là delle convenzioni impostegli.

Un sogno ad occhi aperti

Oltre ad essere un punto di inizio per trovare sé stesso, la diversità di Jake lo rende anche il miglior avatar, l’unico in grado di raccontare, con il supporto di un diario di bordo, di Pandora senza influenze da parte del mondo del “popolo del cielo”. Jake è un’antropologo perfetto.

Attraverso di lui possiamo, dunque, vivere la meraviglia dell’inesplorato, di una cultura perfettamente concepibile e riprodotta con una tale naturalezza da far sì che il film sembri quasi un documentario su una popolazione, che di fatto non esiste.

Eppure le emozioni che la tribù Omaticaya riesce a farci vivere, attraverso gli occhi del marine, sono talmente potenti da farci temere per la salvaguardia di quel mondo brulicante di meraviglie. Avatar riesce nell’impresa di tramutare un sogno realtà, e quest’ultima, per via di un rovesciamento delle parti, in una visione onirica di scarso interesse.

Questa singolarità nel film è vissuta anche dal protagonista: quando Jake è vigile può comandare il suo avatar e addentrarsi in quel sogno che è il nuovo mondo, quando, poi, si addormenta con il corpo del Na’vi, la sua coscienza torna nel suo solito corpo umano, in una realtà alienante. Pandora è il sogno e la base operativa della gente del cielo, l’incubo.

L’amore rende liberi

Durante la sua permanenza su Pandora, Jake si innamora perdutamente di Neytiri che ricambia i suoi sentimenti. Come in Titanic, Cameron mette in scena una relazione al di là delle differenze, ma se nel film con protagonisti Leonardo Di Caprio e Kate Winslett le differenze stavano sul piano sociale (Jack e Rose erano, rispettivamente, uno squattrinato e una nobildonna), in Avatar sono direttamente traslate su quello della specie: un amore sbocciato tra un umano e un’aliena. Un amore dal significato profondo che non può esser intrappolato dai confini interraziali.

Ma l’amore in Avatar non vive solo nella relazione tra due persone, ma in ogni cosa: esiste una comunanza empatica tra le creature di Pandora, un legame biochimico che dalle trecce dei Na’vi li lega ad ogni radice, ogni animale, ogni persona del popolo Omaticaya. Un legame che nella religiosità del popolo di Neytiri si esprime con un nome: Eywa. Una Dea, una madre, un’energia che tiene unita ogni cosa grazie all’amore per le sue creature. Eywa è l’energia vitale che scorre negli esseri viventi di Pandora e permette loro di unirsi.

Con Avatar, Cameron lancia un forte messaggio spirituale, ma anche politico: al di là delle differenze, animali, uomini o alieni, sono tutti frutto della stessa fonte e possono dunque ritrovarsi vicendevolmente nella comprensione empatica. Solo uniti possiamo essere liberi.

Un’ecologia spirituale

Ma Eywa non è la copia femminile di un Dio cristiano, perché a differenza di questo non abita il regno dei cieli, anzi, in Avatar “il popolo che viene dal cielo” è il nemico, l’uomo venuto a scombussolare il dolce equilibrio di Pandora.

Eywa non abita il cielo, bensì la terra, non è isolata dai suoi abitanti, ma vive con loro: è la natura.

Cameron ripropone, dunque, uno dei temi a lui più cari, quello del rapporto tra la natura e la tecnologia. Quel tema che aveva già a suo tempo sviscerato in Terminator nell’eterno conflitto tra l’uomo e le macchine e che in Avatar assume nuova linfa in un feroce attacco politico contro il mondo occidentale; il nemico ora non è più la macchina, bensì l’uomo.

Non è la tecnologia ad essere di per sé dannosa, ma il suo incontrollabile sviluppo sfruttato per scopi poco ortodossi.

Cameron rivisita il colonialismo e il capitalismo, l’uomo che costringe i nativi ad espatriare, a fuggire via e abbandonare le proprie terre, divenute prede di conquista e sfruttamento delle risorse.

Avatar è puro cinema

Con le dovute differenze, Avatar ha regalato un’avventura rigenerante al cinema contemporaneo, restituendo quell’incanto che per la prima volta, verso la fine dell’Ottocento, regalarono al pubblico i fratelli Lumière, proiettando il famoso Arrivo del treno alla stazione.

Avatar rammenta come la settima arte possa render visibile l’invisibile, riportando alla mente di tutti lo scopo per il quale è nato il cinema: meravigliare il proprio pubblico.

Se ti interessa il nostro parere anche su Nope, il nuovo film di Jordan Peele, trovi qui l’articolo di Paolo Rissicini!


Nato nel 1999 e circondato dal mare, prima dell’isola d’Elba e poi della Sardegna, Tommaso dalle poltrone della sala, approda finalmente a quella davanti alla tastiera, per scrivere di ciò di cui ha sempre amato parlare: il cinema. Studente di Filosofia e ora in Radioeco, puoi trovarlo su instagram come  @tomcorsetti_

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