RadioEcologia – Italia: territorio di… Vino

Da tempo immemorabile l’Italia è terra di vino. Sebbene sicuramente il prodotto finale non fosse esattamente lo stesso, anche gli antichi romani erano produttori e consumatori di vino. Sia nella vita di tutti i giorni che nelle grandi occasioni.

Duo sunt liquores humanis corporibus gratissimi, intus vini, foris olei
“Due sono le bevande molto gradite ai corpi umani, dentro (quella) del vino, fuori dell’olio”

Plinio il Vecchio, Historia Naturalis, 14.29.150

Il vino in pericolo

Secondo gli ultimi dati FAO (2019), L’Europa detiene il 61% della produzione mondiale di vino ed il nostro paese si attesta come primo produttore nel mondo. In Italia, con i suoi 700 mila ettari di vigne, si producono circa cinque milioni di tonnellate all’anno di vino. Numeri da capogiro, che rendono il vino uno dei prodotti di punta della nostra penisola. Dal rosso Barolo delle Langhe piemontesi al Primitivo della Puglia, dal Chianti toscano al Nero d’Avola di Sicilia, dal Franciacorta alla Falanghina, i vini rappresentano un incredibile patrimonio per la nostra terra.

Vino

Ma negli ultimi anni fare del buon vino sta diventando più difficile.

La situazione sta solo recentemente destando sconcerto e preoccupazione negli stessi produttori, che vedono l’ambiente cambiare sotto i loro occhi e si trovano costretti a cambiare abitudini e pratiche vecchie di secoli. Le uve, ad esempio, non maturano più come un tempo ad ottobre, ma la vendemmia viene ogni anno anticipata a causa delle temperature sempre più elevate e quest’anno, nel 2022, in molte zone è stata effettuata già a partire da agosto. Se gli acini maturano troppo presto, si raggiunge più precocemente il giusto contenuto zuccherino (necessario per la fermentazione alcolica). Il problema è che a questo non corrisponderà un adeguato contenuto in fenoli, che sono i composti che conferiscono sia il colore al vino che le sue caratteristiche sensoriali. Quello che si ottiene non corrisponde più al prodotto che usciva dalla cantina solamente qualche decennio fa.

Produrre vini di eccellenza in questo contesto potrebbe diventare assai difficile.

Alcuni esempi

A luglio, dopo aver partecipato ad un congresso all’Università di Bolzano, ci concediamo un tour nelle aziende del Süd Tirol. Prima tappa del tour è Merano, per visitare la cantina sociale. La struttura colpisce per il suo complesso architettonico che, per design ed eleganza mai farebbe pensare ad una cantina sociale. La mossa vincente di questo territorio, difatti, è la tradizione dei piccoli produttori di riunirsi in cooperative.

Prima di scendere in cantina, la nostra guida ci illustra il territorio intorno a noi. In Alto Adige si riescono a produrre 16 varietà di uve diverse su una superficie caratterizzata da suoli variegati e da differenti altitudini. Ci spiega che il Süd Tirol ha un grande vantaggio rispetto alla Toscana: a Merano, si può coltivare sempre più in alto. Difatti, nel tempo, nuovi vigneti sono stati impiantati ad altitudini sempre maggiori, raggiungendo i 900 m s.l.m., mentre le zone più basse sono state re-indirizzate ad altre colture che riescono a tollerare meglio le alte temperature.

Vino
Kellerei Meran, la cantina.

Ma mentre in Trentino è possibile coltivare sempre più in alto, che ne sarà dei vigneti del sud Italia o della stessa Toscana?

Cosa si può fare?

Cercare soluzioni per resistere al cambiamento climatico sembra un’impresa titanica. Inutile. Ed in realtà lo è, perché se ci deve essere una soluzione questa non può essere la resistenza, ma solo la resilienza. Cambiare i paradigmi di coltivazione e produzione e adottare pratiche più sostenibili di gestione della vigna: queste le uniche soluzioni.

Stefano Liberti racconta nel suo libro-inchiesta Terra Bruciata l’esempio di Chiara Boschis e del progetto The Green Experience. A Barolo, Chiara insieme ad altri cento produttori, pratica e sostiene un’agricoltura più resiliente per i suoi vigneti. Seguono un disciplinare che prevede l’eliminazione del diserbo chimico e la salvaguardia della biodiversità attraverso la semina di essenze erbacee e floreali e la tutela di impollinatori e uccelli con lo scopo di ridurre fortemente gli input e le emissioni delle pratiche agricole. Il prodotto finale avrà un prezzo diverso da uno ottenuto da metodi più classici, ma quale sarà il prezzo da pagare nel caso in cui, pensando di non poter fare niente, manteniamo strette le vecchie abitudini?

Siamo tutti consapevoli che l’agricoltura biologica o altre pratiche sostenibili non potranno essere da sole il futuro dell’agricoltura, e probabilmente non potranno essere in grado di sfamare l’umanità. Ma in un comparto di eccellenza come il vino varrebbe la pena tentare di cambiare le abitudini di produzione.

Se non riusciremo a rendere il vigneto più resiliente, poco si potrà fare per la nostra tradizione vitivinicola. Dovremo lasciare che gli spumanti vengano prodotti in nord Europa e dovremmo adattarci a nuove e diverse produzioni. Resilienza alla fine può essere anche questo: ottenere dalla terra il meglio, che sia un buon Marsala oppure invece ottimi mango e avocado.



Autore: Giulia Lauria

Dottoranda in scienze agrarie, incorreggibile buddista, lettrice in erba, aspirante acrobata. Da grande sogna di piantare semi di cambiamento. Le sta a cuore l’ambiente e la sostenibilità. La sua alimentazione è plant-based e si impegna a condurre una vita più possibile zero-waste. Crede nel potere del dialogo e della comunicazione e nel potenziale dell’essere umano. È certa che accrescere la propria consapevolezza sia il primo passo per cambiare il mondo.

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