L’ultima dei Sons of Kemet al Locus Festival

Quest’anno ho deciso che il punto migliore per vedere le stelline di S. Lorenzo era sottopalco al Locus festival, rassegna che sin dalle prime edizioni si pone come una offerta dal respiro internazionale in Puglia.
Alla Masseria Ferragnano, uno dei vari luoghi in cui si articola il festival, c’era infatti l’ultima opportunità per vedere i Sons of Kemet e l’annuncio perentorio della sospensione del progetto di due mesi fa quasi obbligava i seguaci del supergruppo londinese a godere di una delle ultime date disponibili in giro per l’Italia.

In apertura, ecco Maria Chiara Argirò, (dal sito ‘’ma -REE–ah key-AH- rah r-gee-ROW’’) coi suoi, il trombettista Christos Stylianides e Riccardo Chiaberta alla batteria. Formazione da undici anni stabilita a Londra – spiega Argirò, incespicandosi per l’emozione con l’accento inglese. E’ ritornata in Italia per presentare il nuovo album ‘’Forest City’’, su cui nasce una riflessione sui contesti che abitiamo, tra lo spazio della città e della natura.
Segnalo questa intervista di Giorgio Valletta per i più curiosi.

Maria Chiara Argirò al Locus Festival, foto di Umberto Lopez

Verso le 22, ci si inizia a scaldare sui beat belli carichi dei Sons of Kemet, nella formazione attuale con al sassofono Shabaka Hutchings, alla tuba Theon Cross e alle percussioni Tom Skinner e Eddie Hick, tutti immancabili figli di una esperienza londinese che si pone come il fulcro della scena jazz attuale.
Nel pubblico l’iniziale curiosità sulla band lascia subito spazio al ballo ossessivo – scatenato, dalle prime note di My Queen is Albertina Sisulu: la canzone, come le altre del vecchio album di cui fa parte, affonda le radici nel linguaggio autodeterminato della comunità nera, in cui vengono celebrate le reali regine della black history.

”Un set dal canale From The Basement per farvi un’idea”

Un autorevolissimo Theon Cross alla tuba e Shabaka al sassofono dialogano sapientemente: il primo sostiene l’altro con una costante linea di basso, il secondo la sfrutta per emergere ed elettrizzare completamente il pubblico.
Nonostante il grande significato del collettivo e l’esperienza dell’album sia densa di riferimenti alla storia personale e sociale di un popolo colonizzato, nonostante, con questa produzione, il tentativo sia di riscrivere una intera storia – una controstoria (My Queen is …) – riappropriandosi di significati denigratori, la risposta evocata nel pubblico è la partecipazione con la danza, i cori e le urla.
E i Sons of Kemet non sono altro che divertiti mentre suonano, Shabaka prende fiato intermezzando un pezzo al flauto, poi Theon Cross piroetta su sé stesso (forse per bilanciare i 6 kg di tuba e rifocalizzarsi sul suo centro di gravità permanente).
La formazione – così come è pensata per il tour – non prevede altre persone all’infuori dei quattro musicisti, nessun cantante a verbalizzare, nessun Kojey Radical a rimarcare serratamente la frase ‘’born from the mud with the hustle inside me’’ come uno scioglilingua di cui quasi ci si vuole liberare.

Sons of Kemet al Locus Festival, foto di Umberto Lopez

Dopo il sudore, la chiusura è affidata a Venerus e alla sua Estasi degli Angeli, altro headliner della serata: un gruppo foltissimo di musicisti, coriste e strumentazioni invade il palco e il mood generale ritorna a sapere tanto di quel contatto con la natura, esplorato inizialmente con Argirò, anche se in chiave diversa.

Venerus è una grande contaminazione di jazz, r&b, soul, alterna assoli di piano e chitarra e rapisce con il suo mondo magico, che descrive cercando di uscire sempre un po’ più da sè.
La consapevolezza solitaria dei brani di Venerus sfocia infine in un abbraccio liberatorio col pubblico, con cui si fonde sempre pronto ad andare più fuori, fuori, fuori.


La Puglia, soprattutto in questi ultimi anni, è protetta da una buona stella: ci sono festival in ogni dove, Locorotondo (BA) capolista (a livello nazionale) con i due magnati VIVA e Locus, a Putignano (BA) il FARM, a Lecce il SEI.
A Grottaglie (TA) a Luglio c’è stato il Chiasmo, festival di musica sperimentale alla quarta edizione e presto sarà anche l’anno zero del Cura, che conta di espandersi fuori dalla Puglia nei prossimi anni.
Al di là della filosofia che si cela dietro ogni festival, detta alla Cosmo ” è sempre bello tornare” per vedere che c’è qualcuno che si prende cura di un posto bello, donando la propria energia per renderlo migliore, sperimentando ma preservando sempre la sua identità.

Autrice: Giulia Greco
Studio medicina, ma non ho molte foto in camice che possono dimostrarlo.
Faccio playlist a cui mi piace associare foto di cartoni animati anni 2000.
Ho un canale Telegram in cui shitposto di musica e useless magic (detto alla Florence Welch) chiamato Disconnected.

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