CinefiLife – Sam Raimi: due film che non conoscevi del regista di Doctor Strange 2

Doctor Strange: In The Multiverse Of Madness è ormai uscito nelle sale, e oltre a portarsi sulle spalle il peso di essere il nuovo film Marvel a trattare di multiverso, ha anche l’importanza di essere il film che segna il ritorno di Sam Raimi alla regia dopo dieci anni. Perché si, l’uomo dietro la macchina da presa del nuovo film sullo stregone supremo, ha fatto anche altre pellicole, sufficienti a lasciare una sua impronta nella storia del cinema. Proprio per questo, oggi, nella rubrica CinefiLife di RadioEco, consiglieremo due film, forse un po’ sottovalutati, del grande autore dietro la storica trilogia di Spider-Man!

Elenco dei paragrafi che troverai in questo articolo:

  1. Darkman: la decostruzione ante-litteram dell’idea di supereroe
  2. Drag Me To Hell: un ritorno alle origini
  3. Non vi resta che correre al cinema!

Darkman: la decostruzione ante-litteram dell’idea di supereroe

Sarebbe troppo facile andare a pescare nella filmografia di un regista come Sam Raimi capolavori immortali come L’Armata Delle Tenebre o Spider-Man 2, film sicuramente stupendi ma che non hanno certo bisogno di presentazioni.

Ciò che vogliamo fare oggi è consigliare quei film che, nonostante non siano in difetto per qualità, non hanno riscontrato la stessa popolarità da parte del grande pubblico.

Il film Darkman del 1990 è sicuramente tra questi. La storia del brillante scienziato Peyton Westlake (Liam Neeson), inventore di una pelle sintetica ultrarealistica in grado di riprodurre il volto di chiunque, che venuto a conoscenza di un accordo sottobanco tra Louis Strack (Colin Friels), un importante costruttore e filantropo, e Robert G. Durant (Larry Drake) un potente boss della malavita, viene coinvolto in un esplosione ad opera degli uomini di quest’ultimo e apperentemente ucciso. Ma Peyton, seppur orribilmente sfigurato, è ancora vivo e decide di utilizzare la sua speciale pelle sintetica per camuffare il proprio aspetto e mettere in atto la propria vendetta!

Con Darkman siamo di fronte alla sperimentazione più grande attuata da Raimi, non si tratta solo di un film che anticipa il modo di fare cinema supereroistico moderno, ma addiritura lo rinnova ancora prima che il filone possa effettivamente nascere: Darkman, al netto della miriade di cinefumetti che escono al giorno d’oggi nelle sale, regge ancora il confronto con i suoi eredi.

E questo Perché Sam Raimi, in un’atmosfera che miscela l’horror dei mostri Universal come Il Fantasma Dell’Opera e L’Uomo Invisibile, stravolge l’ideale ormai ultracollaudato della formula from zero to hero: non siamo di fronte a un reietto della società che acquisiti poteri speciali riesce a conquistare ciò che prima gli era inaccessibile (Spider-Man ne è un esempio), Peyton ha già tutto: soldi, potere, l’amore della donna desiderata, ma è proprio con l’arrivo dell’incidente che gli donerà dei “superpoteri” che perde ogni cosa.

Tutto nella genesi di Darkman ruota a torno alla perdità: un dono che sembra in realtà una maledizione, che gli ha portato via più di quanto effettivamente gli abbia regalato: l’incapacità di provare dolore, e per effetto anche la paura, a lungo andare si rivela, infatti, una condizione alienante, un handicap mentale. Ciò che lo rende superumano lo rende anche molto meno umano.

Se zio Ben ci insegnava che «da grandi poteri derivano grandi responsabilità», per Darkman la responsabilità non esiste se messi di fronte a poteri per niente “grandi”, per questo Peyton è motivato solo dal dramma personale: non gli importa di proteggere gli indifesi, vuole solo riappropriarsi della sua vita, tornare a poter provare emozioni, stringere a sé la donna che ama.

Ma come ogni eroe che si rispetti, fallisce miseramente. E allora l’unica ambizione che gli rimane è la vendetta, spogliata di qualsiasi epicità, e dunque violenta, fredda, cinica per certi aspetti pure sadica.

È proprio grazie a questo film che a Raimi sarà poi affidata la regia di Spider-Man nel 2001, poi, come tutti sappiamo, nel 2000 arriveranno gli X-Men e questo cambierà, nel bene e nel male, tutte le carte in tavola, a livello di stile, forma e contenuti, lanciando un filone tutt’ora longevo.

Darkman, in perfetta analogia col suo protagonista, è un film che ha vissuto e vive tutt’ora in ombra, consciuto solo dagli appassionati, ma che merita senz’altro di essere riscoperto.

Drag Me To Hell: un ritorno alle origini

Dai mitici anni 90 di Darkman e di un Sam Raimi che aveva di fronte a sé un futuro ancora da consolidare, passiamo a circa 20 anni dopo. Siamo nel 2009 Raimi si è ormai lasciato alle spalle il progetto, ormai concluso, della trilogia di Spider-Man e tra il dispiacere delle critiche negative al capitolo conclusivo (secondo me non così meritate), la rabbia verso la terribile esperienza dietro la produzione di Spider-Man 3 e le false speranze verso un ipotetico Spider-Man 4 (sarebbe dovuto uscire nel 2011), Raimi ritorna nella comfort zone che ha segnato il suo debutto: il cinema horror.

Drag Me To Hell è la storia della bancaria Crhistine Brown (Alison Lohman), che per via delle pressioni sul lavoro e la forte volontà di fare carriera essendo in prossimità della promozione, nega un prestito a una vecchia signora che la implora. Ma umiliare pubblicamente una megera slava può essere molto dannoso e così, puntualissima, arriva la maledizione: tre giorni e poi il demonio verrà a prendere la cinica bancaria a meno che non riesca a neutralizzare il demone o a trovare qualcuno da condannare a sofferenza eterna al suo posto.

Con Drag Me To Hell Raimi tocca vette di cinema puro, di utilizzo della grammatica e degli strumenti filmici rari. Raimi è senz’altro un regista molto abile quando si parla di tecnica, in grado di sfruttare a pieno un canovaccio, che in altre mani, rischierebbe di essere semplice, quasi da serie B. Invece il regista de La Casa riesce a far rivivere un cinema horror classico, con echi moderni, in pieno stilema Hollywoodiano ma anche europeo, personale e al tempo stesso innovativo, senza dimenticare di emozionare il pubblico.

Anche in questo caso non siamo distanti dalla speriementazione: Raimi gioca con i generi, regalandoci un horror che ha anche molto del suo humor grottesco. Si potrebbe quasi dire che arrivi a toccare quasi il genere della commedia senza, tuttavia, cadere nella parodia. Indimenticabili le scene della lotta in auto, o quelli della possessione della capra, che ricordano quel meraviglioso capolavoro de La Casa 2.

Eppure in Drag Me To Hell non vi è solo forma, ma vi è anche molta sostanza. Non sono necessari sforzi per scorgere grandi insegnamenti nascosti tra le pieghe di un tessuto ben ricamato. Tra queste spicca la dissacrazione di molti stilemi dell’horror ai quali il cinema americano ci ha abituati, soprattutto negli ultimi anni: dai buoni samaritani che aiutano nei momenti drammatici, alla famiglia e gli amici sempre presenti, agli esorcisti e medium che intervengono eroicamente in aiuto di chi è vittima di possessione per puro spirito di fratellanza.

In Drag Me To Hell i personaggi parlano invece sempre e solo per soldi, li pretendono per qualsiasi servizio venga loro richiesto, per quanto surreale o grottesco possa essere (meglio che in ogni altra pellicola viene rappresentata la crisi economica).

La protagonista, vessata dai suoi bisogni finanziari, non può che trovare aiuto solo nel fidanzato, il quale, tuttavia, giustifica le sue azioni, anche quando queste sono riprovevoli, per farla sentire una persona bella e buona. Anche egli dunque pensa, per certi aspetti, a sé stesso.

Raimi ci  regala dunque una cinica e spietata rappresentazione del mondo: quando gli altri ti tendono una mano è solo per chiederti qualcosa in cambio.

Non vi resta che correre al cinema!

Non vi resta che correre in sala per gustarvi il nuovo Doctor Strange (che personalmente ho adorato), un film che, nonostante faccia parte del pluridecennale brand Marvel, conserva comunque una riconoscibile impronta autoriale, a partire dall’evidente taglio horror non propriamente per gli stomaci più deboli (senza esagerare, ovviamente rimaniamo sempre nelle maglie del PG-13). Se vi va di sapere il nostro parere in merito, potete trovare una discussione più approfondita sul canale Twitch di Radioeco in compagnia di Fabio Santoro.

Nella speranza di essere riuscito ad infondervi un po’ di curiosità, non mi resta che augurarvi una buona visione!


Nato nel 1999 e circondato dal mare, prima dell’isola d’Elba e poi della Sardegna, Tommaso dalle poltrone della sala, approda finalmente a quella davanti alla tastiera, per scrivere di ciò di cui ha sempre amato parlare: il cinema, in tutte le sue forme. Studente di filosofia e da poco in Radioeco, puoi trovarlo su instagram come @tomcorsetti_

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