Riflessioni sulla condizione femminile nel giorno della “festa della donna”

“Le donne non si toccano neanche con un fiore!”: peccato, però, che dall’inizio del 2022 siano già morte per femminicidio 6 donne e che, nel 2021, ne fossero morte 62. Peccato che, con l’avvento della pandemia, dati Istat alla mano, il problema della violenza sulle donne si sia acuito, andando ad alimentare una violenza domestica già devastante, per donne e bambini, costretti a vivere in ambienti familiari asfissianti dai quali, durante un lockdown, era impossibile scappare.

Peccato che, ogni 131 minuti la polizia riceva una denuncia per stupro e/o violenza da parte di donne, numeri i quali purtroppo, però, non sono realistici, perché queste sono solo le denunce fatte da quelle donne che riescono a trovare il coraggio, la forza psicologica, la consapevolezza di essere abbastanza protette da poter denunciare in sicurezza, senza ricevere ulteriore violenza, se non addirittura la morte, e far valere il loro diritto ad essere trattate come persone, e non come oggetti, da un sistema che dà per false le loro parole, perché, alla fine “se la sono cercata, con quelle gonne troppo corte, la disattenzione davanti ad un drink in cui è stata sciolta della droga a loro insaputa, quelle foto nude che hanno inviato con troppa disinvoltura, a chi non ha esitato un attimo a condividerle sui social”.

Peccato, però, che i centri anti-violenza siano spesso dimenticati e poco finanziati, quando invece dovrebbe essere cura dello Stato sostenere luoghi dove le donne possono essere aiutate a ritrovare se stesse, in un luogo sicuro, accogliente, comprensivo, dove poter guarire psicologicamente e fisicamente, magari trovando di nuovo un impiego!

“Donne e uomini, sul posto di lavoro, devono essere trattati allo stesso modo!”: peccato, però, che in Italia, nel 2019, ci fosse un gender pay gap del 5%, il quale va ad unirsi ad una media europea che sfiora il 12%.

Peccato, però, che essere una donna e desiderare di avere un bambino siano due cose che non vanno molto d’accordo nel mondo del profitto, dove troppo spesso ai colloqui di lavoro si chiede ad una donna (e solo a lei, perché sia mai chiedere la stessa cosa ad un uomo!), se ha intenzione a breve, o meno, di fare figli (osservando poi, che ci si sente miracolate davanti ad un magnanimo benefattore, e non semplicemente un datore od una datrice che riconoscono un nostro diritto, se quel posto di lavoro lo otteniamo nonostante si voglia essere anche delle mamme!).

Peccato, però, che, a livello legislativo, il congedo parentale sia diseguale, o mal applicato, fra padri e madri, lasciando spesso quest’ultime a dover crescere da sole, soprattutto se si è povere e prive di altre figure di supporto, i loro figli e figlie per la maggior parte del tempo. Peccato, però, che se si deciderà di far lasciare ad uno dei due coniugi il lavoro, al fine di dedicare maggior tempo alla cura della prole, quel coniuge sarà quasi sempre la donna, perché alla fine è il suo ruolo naturale, no?, quello di madre, angelo del focolare alla quale spetta rinunciare alla carriera così che suo marito possa realizzarsi nel lavoro, certo che la sera arriverà in una casa pulita, con panni stirati, figli educati ed un piatto caldo. Peccato, però, che esistano ancora le “professioni da uomini” e le “professioni da donne”, soprattutto se si tratta di professioni come quelle STEM.

“Pensa se al posto di quella poverina, offesa, violentata, ci fosse tua madre, tua sorella, la tua fidanzata!”: peccato, però, che questo invito, discutibile, all’empatia, funzioni molto poco davanti alle discriminazioni, alle violenze fisiche e psicologiche, alla brutalità che ogni giorno le donne devono subire.

Peccato, però, che questa vicinanza maschile, e purtroppo talvolta anche femminile, si veda solo negli articoli di giornale, quando delle donne si ricordano solo i nomi e mai i cognomi (Giuseppe Conte, can you hear me?), solo il fatto che sono mamme, o mogli di tizio, e mai delle donne con una carriera, carriera con un sostantivo mai declinato al femminile, seppur la lingua italiana sia abbastanza ricca da poter dire “dottoressa” e non solo “dottore” (sulla questione, potete trovare ogni domenica sul profilo instagram di Michela Murgia la “rassegna femminista”).

Seppur a livello formale la nostra società, ed i governi soprattutto, amino riempirsi la bocca con parole di uguaglianza fra i sessi ed emancipazione femminile, ciò che ho appena riportato non è storia vecchia, risalente al mondo delle nostre nonne, ma storia purtroppo ancora attualissima. Donne e uomini non sono uguali quando una donna deve decidere se realizzarsi nella propria carriera oppure occuparsi della casa. Donne e uomini non sono uguali quando una ragazza che torna a casa da sola, a tarda notte, deve stringere il mazzo di chiavi fra le dita e cambiare marciapiede. Donne e uomini non sono uguali nella libertà di esprimersi, di scegliere come vivere e come vestirsi, perché un uomo è un “donnaiolo”, uno “scapolo”, mentre una donna sarà sempre, qualsiasi l’accusa, una “troia”.

E allora, citando Tea Hacic, intervistata da Vogue Italia, impadroniamoci di nuovo di quella parola, di quell’offesa gratuita e insensata, e chiamiamoci “TROIE RADICALI”: “In Italia tutti usavano questa parola per definirmi. Fateci caso, da voi gli insulti femminili hanno sempre a che fare col sesso e rispondono alla domanda: questa donna fa troppo sesso? O troppo poco? Insomma, è una “f… di legno” o una troia? A me, come straniera, le prime volte che la sentivo piaceva il suono della parola “troia”. E quindi ho deciso di rivendicare l’insulto, facendolo mio come scelta politica ma ribaltandolo in una cosa divertente per togliere il potere agli uomini che la usano come offesa. Lo stesso, del resto, fanno i maschi gay quando per definirsi usano la parola che inizia con la f… Radicale lo sono, politicamente, in ogni cosa che faccio: quasi ogni troia lo è del resto, perché è orgogliosa di quello che è, cammina per strada a testa alta, come una ribelle.”

Non è facile vivere in questo “mondo di uomini”: soprattutto se si è donne nere, per cui alla misoginia si fonde il razzismo. Se si è donne musulmane, perché non basta mostrarsi libere e indipendenti nella propria vita, se le persone vedono solo il velo che porti intorno alla testa, senza chiederti che cosa significhi per te. Se si è donne trans, perché non importa la tua transizione fisica e psicologica, il tuo ritrovato benessere nell’esprimere chi davvero ti senti di essere, perché spetterà sempre alla società decretare se sei uomo o donna rispetto alla categoria che sconvolge meno la visione dei ben pensati.

Se si è donne con una disabilità, perché avere una disabilità significa ancora essere piccoli angioletti privi di capacità razionali. Se si è donne nate in paesi dove il patriarcato è ancora più opprimete che in altri, come per le donne che vivono a Kabul o in Pakistan e non possono, oltre a molte altre cose, studiare, Malala Yuosafzai docet.

Se si è donne non canonicamente magre, perché alla fine il nostro lavoro è quello di essere belle, in forma, attraenti e performanti. Se si è donne povere, magari sommato a tutte le altre caratteristiche, e magari non si è potuto studiare e non si possono conoscere i propri diritti, o si ha paura di rivendicarli perché sole.

Sei donna e quindi non puoi decidere cosa fare della tua vita, del tuo corpo, dall’aborto al poter scegliere se depilarsi o meno. Quella libertà che ti spetta per natura non puoi rivendicarla, perché un costrutto sociale, un ruolo di genere prevarrà sempre, perché come diceva Simone de Beauvoir: “One is not born, but rather becomes, a woman!”.

Cari uomini, e anche care donne, quella dell’8 marzo non è una festa: non si festeggiano le donne morte, non si festeggiano le donne oppresse, non si regala un fiore oggi per infliggere una coltellata domani, non si risponde “Not all men!” alla richiesta d’aiuto, di riconoscimento dell’uguaglianza, nella ricchezza della diversità. Oggi, come tutti gli altri giorni, non si fanno auguri per una festa, ma si combatte per la lotta dell’emancipazione femminile, ci si educa e si riflette sui nostri comportamenti quotidiani, sulle idee che un’educazione patriarcale ci ha inculcato ed è arrivato il momento di smantellare. Si condividono amore e speranza, si lavora insieme senza additarsi le reciproche colpe ma aiutandoci a vicenda a correggere i nostri errori!

In chiusura, grazie al lavoro prezioso di altre persone che scrivono per questa radio (@bianca.cannarella , @scrawny_raccoon & @alisonhaughton), una lista di libri, film, documentari e profili instagram di attiviste, più o meno conosciute, per seguire il tema della condizione femminile ogni giorno:

  • una lista di libri che ci consiglia Consuelo, per la rubrica “Eco di Libri”. Sempre sul tema libri, proprio Consuelo ci consiglia il profilo di @lhascrittounafemmina
  • il visionario film di Federico Fellini, “La città delle donne”, anno 1980 (potete trovarlo su Mubi)
  • “L’arte è donna – La rivoluzione femminista nell’arte” (un documentario che potete trovare su Sky, insieme a tanti altri su questo tema)
  • Carolina de’ Castiglioni: ha diretto un bellissimo documentario intitolato “Rispettabili cittadine”, riguardo l’educazione femminile
  • @ivgstobenissimo: un profilo di donne che si definiscono “abortiste, transfemministe, alleate LGBTQIA+, ma abbiamo anche dei difetti” 
  • Leila Belhadj Mohamed: giornalista, si occupa di geopolitica e transfemminismo
  • Colory.it: un profilo di informazione il quale tratta tutti i temi di cui abbiamo parlato sopra
  • Lunny: attivista a favore dei diritti di donne e persone con disabilità; lei stessa racconta in prima persona la sua esperienza
  • Masih Alinejad: giornalista, si occupa della questione femminista delle donne musulmane. In questi giorni, al cinema Arsenale di Pisa, viene trasmesso un film documentario su di lei!
  • Aya: fashion influencers, racconta come una donna musulmana possa portare il velo pur uscendo dallo stereotipo
  • Non una di meno: associazione che organizza scioperi e manifestazioni

Questo post è dedicato in particolare modo alle donne ucraine, che senza sosta lottano per proteggere la loro terra, per trarre in salvo i loro cari, i loro bambini, acanto a tutte le altre persone che stanno lottando; alcune hanno imbracciato i fucili, contro ad una leva solo maschile, altre si sono subito adoperate per mettere insieme aiuti, allestire centri di accoglienza.

Anche per i prossimi 365 giorni, buona lotta a tutte, tutti e a tutt con l’asterisco* (come insegna Giada Biaggi)!


Autrice:Irene Lenzi

Classe 2001, studentessa di filosofia e novizia di Radio Eco. Appassionata di arte, cinema, musica, moda ma soprattutto libri. Logorroica ma simpatica, sfortunata in amore e con una gran voglia di scoprire e raccontare, potete conoscerla meglio su instagram: @irn.lnz

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