Rumours – Quella volta al Palace con Father John Misty

Father John Misty
Copertina dell’album God’s Favorite Customer

Luci al neon, sfondo notturno e Josh Tillman (in arte Father John Misty) sembra proprio sotto l’insegna dell’hotel in cui avrebbe concepito God’s Favorite Customer. Per l’album il cantante sceglie questa copertina: in crisi nera e con la stessa espressione di quando in piena sessione d’esami ci chiediamo il senso della vita. Prima però di arrivare ad uno dei suoi dischi migliori, parliamo di come è diventato ‘Padre John Misty’ e aveva i capelli e la barba più lunghi di così.

Josh Tillman prima di diventare Padre

L’incubatrice del successo è la Seattle degli anni duemila in cui Josh, ragazzo cresciuto nel Maryland da una famiglia religiosissima, compie i primi passi nel mondo della musica. È qui che, dopo aver conosciuto il cantante Damien Jurado, ne apre i concerti e inizia a farsi conoscere. Produce anche i primi album come I Will Return e Long May You Run, J. Tillman tutti firmati col suo nome di battesimo, ma non è ancora il momento dell’evoluzione in Father John Misty.

Nel 2008 incontra i Fleet Foxes, band folk americana che si amalgama bene con la produzione sonora di Tillman che nella band ricoprirà per quattro anni il ruolo di batterista. Tillman sarà quello coi capelli lunghi a destra davanti alla baita di legno ai tempi di Helplessness Blues (2011), quel disco che ti colora la colonna sonora se sei in procinto di partire per un coast tu coast (così come l’ultimo gioiellino dei Fleet Foxes targato 2021, A Very Lonely Solstice). Ma si sa, a volte si prosegue da soli e così è stato per il cantante-batterista che nel 2012 abbandona la band e decide di non essere più Josh Tillman. Lui che, cresciuto in un ambiente devoto e un po’ oppressivo, da piccolo voleva fare il pastore (ma solo per poco eh, dicono alcune interviste) e ora sceglie il nome di Father John Misty come a salutare ironicamente (oppure con una sorta di accettazione?) il suo passato.

Come dichiarato da lui stesso, tuttavia, la fuga dal mondo religioso sarebbe troppo facile: conviene invece abbracciare quello da cui viene, ricontestualizzarlo (anche nel proprio nome d’arte), rimasticarlo e sputarlo fuori senza risentimento, permettendosi di giocarci proprio perché non fa più parte di lui (o almeno nel senso in cui tutti potrebbero interpretarlo). Viene alla luce Fear Fun (2012) esordio dai toni ironici che sfocia in I Love You, Honeybear (2015), in cui si può riconoscere la doppia anima dell’artista, un picco di sacro e profano che lascia poi il posto a Pure Comedy nel 2017 decisamente caratterizzato da toni un più ‘sociali’.

Father John Misty
Josh Tillman ai tempi dei Fleet Foxes – Photo Credits: Sean Pecknold

God’s Favorite Customer

Anche se la copertina del disco promette un lasciate ogne speranza, voi ch’intrate, il disco più intimo di Father John Misty è tutt’altro che inferno. Uscito nell’estate del 2018 per Sub Pop e Bella Union, canta il suo inverno interiore, ma la decadenza non sembra avere toni disperati. L’artista si danna, ma l’album è uniforme e a parte alcuni brani dal testo apocalittico c’è poco spazio per le fiamme. Il disco diventa fatto di ceneri quasi spente e paradossalmente rassicuranti, perché sembra normalizzare il sentirsi persi e non star bene. Tillman compone dieci tracce che rendono il disco una tavoletta puntuale e rapida, come se fosse andato da Dio a farsi dare i comandamenti in cinque minuti, anche se pare siano due i mesi in cui Father John Misty avrebbe composto God’s Favorite Costumer, dopo essersi rintanato in un albergo per parlare dei suoi dolori. Dolori che, forse, sono un po’ quelli di tutti.

Hangout at The Gallows è la first track, in cui Misty si sente alla fine, il diluvio universale sta arrivando e chiede provocatoriamente a sé stesso (e a noi?): What’s your politics?/What’s your religion? (Qual è la tua politica/ Qual è la tua religione?) come a raccontare di un’identità che svanisce, un uomo che è alla forca e che fa i conti con la propria crisi interiore.  Il testo apocalittico del primo brano lancia il fiammifero e ammicca al secondo, Mr. Tillman, in cui l’artista gioca col doppio e parla direttamente a un sé stesso in procinto di partire, ma per dove?

Anche qui la visione è cupa e lo anticipa bene il videoclip del brano: gli sguardi di chi lo scruta mentre sta andando in un hotel (dove Wes Anderson girerebbe volentieri un altro film), preannunciano un disastro imminente: un eco che recita Mr. Tillman, are you ready? (Mr. Tillman, sei pronto?) riecheggia nella testa dell’ignaro Misty (nel video musicale interpreta sé stesso) che vive una sorta di scissione e si confronta con il suo ‘gemello’. Eppure, questo tema non è nuovo.

Il cantante aveva già giocato a fare il doppio (ricordiamo il video di The Night Josh Tillman Came to Our Apt. dell’album I Love You, Honeybear in cui recita col duplicato di sè), ma qui, rispetto ai dischi precedenti, c’è meno barocco e meno autocompiacimento nel sound. Tutto è più genuino ed è il pianoforte a dare il meglio di sé. Che sia sullo sfondo come in questo brano in cui, come se fosse in Fight Club, combatte con la propria coscienza; oppure che sia protagonista come nelle sonorità spiazzanti che ricreano l’ambiente nauseante di The Palace, traccia che richiama il luogo in cui si sarebbe composto l’album.

Culmine di questo spaesamento sono indubbiamente i brani Please Don’t Die e la title track God’s Favorite Customer. Se la prima può sembrare un dialogo fra lui e la compagna (musa indiscussa di ogni album) che gli supplica di resistere ai suoi demoni interiori, la seconda forse è un richiamo al bambino che voleva avere fede e che ora da grande non ne ha più, ma chiede aiuto lo stesso perché era the god’s favorite customer, il preferito. Di sicuro ci è stata fatta la grazia di vederlo diventare musicista, ma, perché no, anche al tempo stesso un po’ profeta, filosofo di sé stesso, dissacrante e mistico al tempo stesso.

Più in là nel disco troviamo poi Just Dumb Enough to Try e The Songwriter: light side of the moon del disco, in cui si parla sempre di malessere, ma un malessere più morbido, meno drastico e quotidiano anche se altrettanto insinuante. La difficoltà di amare, di amare bene e di scrivere di amore, dove The Songwriter ne è l’espressione più chiara col verso rivolto alla compagna: What would it sound like if you were the songrwriter/And loving me was your unsung masterpiece (Come suonerebbe se tu fossi cantautrice e amarmi fosse il tuo capolavoro mai cantato?).

Chiude l’album We’re Only People: Father John Misty era andato da Dio a farsi dare i comandamenti, ricordate? Ecco, ritorna con l’ultimo schiacciante monito, che però è così reale da essere rassicurante. A volte, fa un po’ bene anche stare male e in questo siamo tutti, ma proprio tutti uguali. D’altro canto, siamo solo persone.

Capelli corti

Dicono che quando ci si tagli i capelli si abbia voglia di cambiamento, dicono. Chissà, ad aprile Father John Misty farà uscire il suo nuovo Clohë and the Next 20th Century e si è tagliato i capelli, anche se la barba da profeta biblico non potrà mai sparire. Staremo a vedere, ma il singolo che anticipa l’uscita, Funny Girl, promette una maturità diversa e toni ancora più delicati. Evoluzione?

*Indizio per il prossimo album: la più famosa delle ninfomani.


Autore: Marika Zandanel

Ascolta un po’ di musica e le piace andare al cinema. Studentessa al corso magistrale di Filosofia e forme del sapere dell’Università di Pisa.

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