Maschere alla deriva al Teatro Nuovo di Pisa

Le maschere della Commedia dell’Arte sono personaggi stereotipi, la cui psicologia è fissata dalla tradizione. Per questa ragione le maschere sono antitragiche, mentre si prestano a rappresentazioni su un canovaccio comico con infinite variazioni.

Il primo aspetto notevole di Arlecchin dell’onda, lo spettacolo andato in scena sabato 20 novembre al Teatro Nuovo di Pisa, è proprio lo spessore psicologico della vicenda ‒ nonostante la presenza delle maschere.

Sul palco domina l’attore Enrico Bonavera, che impersona quattro personaggi della Commedia dell’Arte. Questi, per ragioni diverse, si ritrovano nel porto di Genova: c’è il veneziano Pantalone proprietario della galera, Arlecchino arrivato da Bergamo per lavorare, il cuoco milanese (forse Meneghino) e Pulcinella finito in fondo al mare.

Locandina della stagione teatrale 2021/2022 del Teatro Nuovo. RadioEco la sta seguendo per voi.

La storia, che procede attraverso gli sketch delle singole maschere, si carica di intensità quando entra in scena Carolina (interpretata da Barbara Usai), una ragazza che si imbarca alla ricerca dell’amato Ciro, partito e perduto per mare. Carolina è il reagente drammatico dello spettacolo, colei che crea azione e dota di tridimensionalità le maschere. Mentre Pantalone cerca di abusarne sessualmente in cambio del viaggio gratis, Meneghino prima e Arlecchino poi la aiutano nella ricerca dell’uomo amato. Durante il viaggio Carolina precipita in mare, si trasforma in sirena e, in un finale amaro, identifica Ciro in Pulcinella, ripescato in fondo al mare da Arlecchino. La conclusione positiva è velata dal dubbio che la soddisfazione di Carolina sia un accomodamento ‒ la maschera napoletana non è certo il suo Ciro ‒, un compromesso tra la volontà di essere felice e la consapevolezza che il mare cancella ogni speranza di gioia.

Le maschere si allontanano dalla loro dimensione astorica e fissa per parlare del nostro tempo. La vicenda di Carolina, con la sua traversata e gli abusi subiti, ricorda le storie odierne di molti migranti, spente nel baratro del Mediterraneo. Ma oltre all’ammicco attualizzante, l’opera è eccellente per la bravura dei suoi interpreti.

Mentre il personaggio interpretato da Usai è fondamentale per lo svolgimento narrativo della trama, il protagonista indiscusso è Enrico Bonavera. Pur parlando da profano del teatro, l’attore mi è sembrato capace di coinvolgere il pubblico attraverso la sua capacità mimica e attraverso le varietà linguistiche da lui impiegate. Impersonando le maschere provenienti da varie tradizioni regionali, egli può sbizzarrirsi in impasti dialettali dal veneziano al napoletano, con molte trovate argute e divertenti. Sembra di stare dalle parti della tradizione espressivista della nostra letteratura, un po’ Porta un po’ Meneghello, con l’estro e l’amore per le invenzioni linguistiche di Gadda. A livello mimico, Bonavera fa prendere vita allo spazio: il palco spoglio si anima della sua presenza e dei suoi gesti capaci di rappresentare anche quello che fisicamente non è presente.

Le mie parti preferite dello spettacolo sono state quelle in cui l’attore, accompagnato dall’ottima Usai, si muoveva sul palco mentre la musica scandiva i suoi gesti e precisava le coordinate spaziali e psicologiche della vicenda.

Ammetto che la sceneggiatura, a livello tematico, non mi è sembrata all’altezza dell’acume linguistico e della presenza scenica degli attori, ma del resto la tradizione della Commedia dell’Arte ha sempre considerato secondario questo aspetto. È anche vero che, in alcuni momenti, Bonavera sta sul palco senza indossare alcuna maschera e parla al pubblico come se fosse un narratore: ci spiega il paesaggio dell’angiporto, riflette sulla vicenda e tesse le fila dell’intreccio. In quei frangenti il tono dell’enunciazione si alza, mentre le arguzie linguistiche e la sintassi spezzata attendono il ritorno delle maschere per manifestarsi di nuovo.

Il senso generale è quindi quello di uno spettacolo molto calibrato, facile da seguire perché non pretende di essere troppo denso nei suoi molteplici aspetti (linguistico, mimico, formale). E mi spiace non essere in grado di descrivere l’apporto delle musiche e di altri aspetti tecnici come le luci, che contribuiscono alla riuscita dell’insieme e accentuano la risposta emotiva del pubblico.

Non andavo a teatro da molti anni, e Arlecchin dell’onda è stato uno stimolo a immergermi in un mondo che avevo trascurato, in cui la prossimità della rappresentazione aumenta il coinvolgimento e l’immersione nell’esperienza estetica.

Insieme ad Arlecchino e alle altre maschere, anche io mi sono imbarcato in un nuovo viaggio.


Autore: Tommaso Dal Monte

Tommaso è timido, introverso, ha la dizione di uno scaricatore portuale, ogni tanto balbetta: quindi fa lo speaker per Radioeco. Studia Italianistica all’Università di Pisa ed è a Radioeco dal 2019.

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