Arte concettuale: no, non puoi farlo anche tu.

So farlo anch’io”  è la frase che sentiamo ripetere costantemente davanti a un’opera di arte concettuale di Joseph Kosuth o di Marcel Duchamp, No ma è il concetto che conta” è l’altrettanta comune risposta. Però siamo veramente sicuri che l’avremmo potuto fare anche noi? La verità è che sì, certo, puoi farlo anche tu. Ma perché non l’hai fatto?

Quando si parla di “arte concettuale” è necessario contestualizzarla come corrente artistica sia a livello cronologico sia storico-culturale: possiamo parlare di arte concettuale già dagli anni Sessanta negli Stati Uniti, in seguito sviluppatasi in tutto il mondo, all’interno dei movimenti artistici e intellettuali legati all’arte contemporanea. Dunque, l’origine dell’arte concettuale si ha in un periodo caratterizzato dalla nascita di numerosi movimenti che rivoluzionarono il pensiero dell’epoca su molti ambiti, tra cui quello artistico e culturale. In realtà, il processo che ha portato allo sviluppo di questa corrente ha radici lontane ed è stato quasi naturale per gli artisti e i pensatori del Novecento arrivarci: dopo che l’arte aveva raggiunto l’apice, l’acmè, sia con le avanguardie dei primi anni del Ventesimo secolo, sia dal punto di vista “tecnico” e visivo, c’era l’esigenza di una nuova svolta per allontanarsi dal rischio di ripetersi infinitamente emulando i Grandi del passato. Ecco che arriviamo all’arte concettuale la quale, come giustamente si può intuire dal nome, predilige il concetto racchiuso dentro a un’opera più che la sua rappresentazione stessa.

Pertanto, non si pone l’attenzione su un tratto di disegno preciso e impeccabile, sulla scelta di un colore piuttosto che un altro o sulla raffigurazione simbolica, niente più di tutto ciò ma si dà spazio a idee molto più grandi, provocazioni, denunce sociali e così via. Negli anni l’arte concettuale è stata capace di abbracciare tutto il mondo comprendendo nel suo paniere anche nuovi modi di espressione: la performance, la body art, l’happening, la narrative art, fino alla videoarte di Bill Viola, intrecciandosi con il teatro, la danza, dando vita a nuovi movimenti, privi di regole e canoni legati all’estetica di un tempo.

Tornando al punto di partenza è comprensibile che di fronte a One and Three Chairs di Kosuth, a meno che non se ne comprenda immediatamente il concetto platonico che vi si cela (il che è improbabile), poche persone riescono a concepirla come un’effettiva opera arte, al pari di un Caravaggio o Michelangelo, la cui bellezza delle opere è riconosciuta come oggettiva e devastante.

È altrettanto comprensibile che alla notizia del valore di 120mila dollari attribuito all’opera concettuale Comedian di Cattelan la maggior parte della gente ne rimanga esterrefatta. Eppure, entrambe le opere prese in esempio sono esposte in musei importantissimi, con migliaia di persone che pagano un biglietto per vederle quotidianamente, sono citate in libri di storia dell’arte, riviste autorevoli. Qual è allora il problema? Il problema scorre su due binari: il primo riguarda un aspetto culturale e al tempo stesso un limite dell’arte contemporanea, in generale, e di quella concettuale, nello specifico; il secondo, riguarda un’impostazione tanto comune quanto sbagliata, ormai radicata nella nostra società, nel modo in cui ci poniamo davanti a un’opera.  

Andiamo con ordine. Se da un lato l’arte, riferendosi a quella visiva, ha compiuto passi impensabili anche solo un secolo fa, dall’altro il suo più grande limite sta nell’essere diventata sempre più elitaria. Quando si parla di arte contemporanea o concettuale, non si può definirla come una corrente comprensibile a chiunque. Se un tempo i quadri, gli affreschi, avevano dei dettami e dei simboli ben precisi che anche la persona meno colta riusciva a riconoscere, soprattutto in ambito religioso, oggi non è così. Per far sì che una persona possa comprendere facilmente alcune opere è necessario che abbia almeno, non una media, ma una buona, se non ampia cultura filosofica, artistica, storica. Per cui più il concetto è grande, più la sua comprensione diventa per pochi, talvolta pochissimi.

D’altra parte, c’è un problema, forse ancora più complesso da sciogliere: con che occhi guardiamo un’opera d’arte?

Sì, chiunque può, un giorno, prendere una qualsiasi tela e tagliarla, nel mezzo, a caso. Chiunque può mettere una sedia in un museo, chiunque può attaccare una banana al muro con lo scotch. Ma perché nessuno lo ha mai fatto prima? Alla base, la maggior parte di noi, guarda ancora in maniera antica all’arte, abituati forse al modo in cui solitamente ci viene spiegata, classificata, oggettivata a scuola. Certamente il discorso implica anche cosa possiamo definire arte e cosa non e chi dovrebbe stabilirlo e secondo quali regole, (mi riservo questa riflessione per un’altra volta). Soprattutto in Italia, vige ancora una concezione dei musei e delle opere quasi sacra e un po’ troppo “scolastica”, accademica, del luogo artistico, stereotipata degli artisti e passiva nell’approcciarsi a una qualsiasi opera.

Tutto ciò si può combattere cambiando prospettiva e pensando all’arte contemporanea non solo come a quello che troviamo in un museo o galleria, non solo a ciò che ci viene istituzionalizzato da qualcuno: oggi, come spiega Riccardo Falcinelli nel suo ultimo libro Figure, bisogna approcciarsi in maniera più libera, includendo anche determinate pubblicità, videogiochi, grafiche 3D all’arte contemporanea, un’arte che in questo modo sappiamo essere più vicina a tutti, e saper guardare all’arte concettuale solo come a un aspetto dell’arte di questo secolo, forse il più elitario, ma non l’unico modo di vedere l’arte oggi, inteso come capire come guardare un’opera e non cosa ci rappresenta.

A chi vi dice “Potevo farlo anch’io” rispondete che ha ragione e chiedetegli di spiegarvi il come e il perché, in questo modo l’artista che ha originato il dibattito avrà raggiunto il suo obiettivo: l’arte concettuale riesce sempre a stupire, provocare, rivoluzionare il nostro pensiero anche a distanza di anni.

Autrice: Flora Alfiero

Autrice della rubrica Cafè de Flore e ha studiato Comunicazione, è in RadioEco dal 2019. Ha una passione per l’arte e per i cappellini e anche per le interviste.

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