Dogville e De Andrè, storia di potere e condanna

dogville

Nicole Kidman in “Dogville”, directed by Lars von Trier, Sweden, 2002 (Photo by Rolf Konow/Sygma/Sygma via Getty Images)

Cerco di spiegare questo titolo abbastanza pretenzioso: con Disconnected, la pagina di musica e altre useless magic things che gestisco con Alessandra, avevo pensato di fondere due arti che spesso si autocitano: musica e cinema. Era iniziata come una cosa puramente evocativa (vedi qui il primo post), poi questo mese mi sono ritrovata (di nuovo) a riflettere su certe questioni dell’anno scorso: l’unico modo per metterci un punto e uscirne era scrivere a riguardo, quindi eccoci qui, con una scusa poco ben assestata a parlare di potere e condanna in Dogville e Storia di un impiegato (siate buoni).

Una delle cose più interessanti che mi è capitato di vedere negli ultimi anni è – appunto – Dogville, un film di Lars Von Trier del 2003, molto famoso, soprattutto per la peculiarità di avere una scenografia ridotta all’essenziale – da cui consegue una mescolanza tra spazi pubblici e privati – e una sceneggiatura che è puro teatro.

Nicole Kidman in “Dogville”, directed by Lars von Trier, Sweden, 2002 (Photo by Rolf Konow/Sygma/Sygma via Getty Images)

E’ la storia di una fuggitiva che ripone la sua vita in mano agli uomini e alle donne di una cittadina: Grace ci viene presentata come una donna senza scelta, morirebbe infatti se non ricevesse asilo a Dogville.
Rappresenta l’imprevisto in un ambiente chiuso e organizzato: ben presto, con una dinamica inquietante, la sua vita diviene a tutti gli effetti di proprietà degli abitanti, che trasformano l’ospitalità concessa in persecuzioni fisiche e psicologiche nei suoi confronti.

La questione sconcertante è come questi atti siano portati avanti da persone comuni (e questo aprirebbe anche la parentesi sulla banalità del male), persone disperate che all’inizio appaiono perdonabili: lei, innocente perseguitata, scappa paradossalmente da uomini violenti (o almeno questo è quello che ci viene fatto credere) e si ritrova realmente maltrattata; viene accolta a Dogville, infatti, non in quanto persona, ma come una pedina da incastrare in dinamiche già decise e prestabilite, dove, l’inatteso, se proposto, non è accolto.

Quello che svela il finale del film è un problematico interrogativo sulla giustizia: l’intreccio si risolve con la protagonista che diviene una carnefice e assurge al ruolo di giudice.
A Dogville, Grace disimpara i valori che la caratterizzavano al momento dell’arrivo: non c’è spazio per un’altra soluzione che non preveda uno sterminio, perché il corso degli eventi è dettato dalla violenza e qui la giustizia assume le forme della vendetta (vi consiglio di recuperare il dialogo finale del film).

Succede però che quello che ho pensato di questo film non si discosta tanto, a mio avviso, da Storia di un impiegato. Album del ’73 di De Andrè, di lunga gestazione, politico, a tratti oscuro.
È un album a cui sono davvero tanto affezionata, un ascolto prezioso che cerco di fare sempre lucidamente.
E’ la storia di un uomo che ricorda le rivolte degli studenti del Maggio francese, verso cui nutre profonda ammirazione: non vi ha partecipato, perché è un conservatore, ma ricordando, ammira, nella sua condizione che ora lo vede impiegato; nel frattempo la società in cui vive non è cambiata.

L’impiegato diventa sempre più insofferente alla ginnastica d’obbedienza che si rivela essere la sua vita e sogna di far esplodere una bomba e i simboli del potere culturali e religiosi: all’improvviso in Sogno numero due, si ritrova di fronte a un giudice dopo il colpo.
Poi, preso coraggio, si macchia davvero di un atto violento, ma per sbaglio fa saltare solo un’edicola: una volta in carcere, lo coglie la consapevolezza di aver commesso solo un gesto individuale e disperato.

La chiave che collega il film all’album (inverosimile che avrei mantenuto la formula una scena – una canzone) è il ribaltamento dei ruoli giudice, innocente e carnefice.
Il giudice, in Dogville, è Grace stessa, mentre nell’album è una autorità esterna; innocente e carnefice invece non sono realtà consolidate, anzi sono fortemente sfumate dato che ogni volta il potere muta e cambia forma; negli atti di ribellione, quello che si sta facendo è andare contro il potere, incarnando però un nuovo modello di quest’ultimo. Uccidendo il potere, lo si diventa; perché il potere esiste, si rinnova, cerca altri modi in cui radicalizzarsi.

Le vicende si dispiegano però in due modi differenti: da una parte il codice di Von Trier, in cui Grace, strumento di potere, agisce basandosi su quello che ha imparato nella permanenza a Dogville; dall’altra parte quello di De Andrè, in cui il terrorista viene imprigionato e rimane una vittima del mondo, a cui non resta che un’amara constatazione (non esistono poteri buoni).

E’ interessante chiedersi chi siano questi cittadini di Dogville e se in realtà esistano davvero.
Il minimalismo scenografico farebbe propendere per il no (stiamo parlando di una città che esiste solo disegnata per terra), ma non lasciano dubbi le immagini che scorrono sui titoli di coda: Dogville incarna la più brutale degenerazione del capitalismo, possesso e sfruttamento sono ciò che muovono i rapporti con l’altro. E vanno condannati. Il momento in cui Grace da autorità morale diventa congiunta al potere (simboleggiato dal cambio di luce) è il momento in cui si spoglia delle vesti di Grazia divina e si cala in quelle umane: semplicemente perdonare gli individui perchè seguono la loro natura non funziona.

E’ interessante anche chiedersi chi ci sia dall’altra parte della bomba dell’impiegato: ancora una volta la macchina capitalista, che sfrutta e non restituisce altro che alienazione; «anche se voi vi credete assolti/ siete per sempre coinvolti» è la più vera esplicitazione del fatto che nessuno può sentirsi chiamato fuori dalla degenerazione della società, perchè ognuno contribuisce in qualche modo alla sua espressione in quel senso.
Esser stato bombarolo è stata forse la consolidazione di un gesto disperato, ma il momento in cui si autocondanna diventa il momento in cui la narrazione passa dall’individuale al collettivo, ammettendo la necessità di organizzazione di massa per il cambiamento.

Alla fine, credo ci sia tanto bisogno di decostruire e demistificare: i tempi ce lo chiedono a gran voce e non possiamo sottrarci all’inadeguatezza del presente.

amo io

Autrice: Giulia Greco

Non ho una bio, perchè ho dimenticato il cellulare in treno l’anno scorso.
Studio medicina, ma non faccio le ricette. Con Radioeco dal 2019.

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