Clint Eastwood: i novanta anni di un mostro sacro del cinema

“Mi piace Clint Eastwood perché è un attore che ha solo due espressioni: una con il cappello e una senza cappello”

Sergio Leone

Se c’è qualcuno, nel mondo del cinema, in grado di entrare con prepotenza nel nostro immaginario collettivo, nonché nella cultura pop (e di rimanervi per oltre cinquant’anni), attraverso un personaggio capace di pronunciare sì e no cinque frasi in un intero film, beh, questo è senza dubbio Clint Eastwood. Questo 31 maggio il buon Clint spegnerà novanta candeline, ed è quindi doveroso ricordarci come e perché sia divenuto uno degli attori (e registi) più importanti dei nostri tempi.

Probabilmente conosciamo tutti il misterioso “uomo senza nome” che Clint Eastwood ha interpretato nella cosiddetta “trilogia del dollaro”, diretta dal grande Sergio Leone. Un trio di opere che, oltre ad aver avuto un grande successo di pubblico e di critica (all’inizio anche inaspettatamente, bisogna dire), ha due meriti molto più importanti: il primo, quello di aver dato nuova linfa e freschezza al genere western, all’epoca in declino, attraverso la nascita del cosiddetto cinema “spaghetti-western”, che porterà alla ribalta nuovi personaggi e nuovi modi di raccontare la frontiera, differenti sotto vari aspetti da quelli del cinema western americano vecchia scuola. In secondo luogo, bisogna dire che è proprio con la trilogia del dollaro di Sergio Leone che Eastwood trova finalmente l’occasione di affermarsi, a livello internazionale, per l’attore promettente quale è.

Sarebbe però sbagliato pensare che Eastwood si sia fatto semplicemente “trainare” dal talento di Leone e dal successo delle sue pellicole…anzi, cosa sarebbero stati quei film senza di lui?

Primo piano dell'uomo senza nome, interpretato da Clint Eastwood
Eastwood nei panni dell’uomo senza nome, con l’immancabile sigaro

Il successo di quelle pellicole probabilmente è proprio il risultato della collaborazione di questi due grandi artisti. Da una parte le idee rivoluzionarie di Leone (all’epoca apparse quasi assurde, agli occhi di tanti), destinate a stravolgere il genere western; dall’altra un grande interprete che trova finalmente una parte degna delle sue capacità attoriali, ma soprattutto forgia un personaggio che, col suo fare glaciale, con il suo atteggiamento assolutamente imperscrutabile, prima apparentemente inoffensivo, un attimo dopo crudele e spietato, poi altruista, dà vita ad una figura inedita nel cinema western: quella dell’antieroe. Una figura tipicamente schiva, dal passato misterioso, difficile da inquadrare, e che parteggia unicamente per un interesse: il proprio.

Con il suo personaggio, che si racconta attraverso la mimica del volto, una serie di espressioni che hanno fatto scuola, e che, grazie ad una sapiente economia di parole, conserva tutto il suo alone di mistero fino all’ultimo minuto di film, Eastwood ha dato un contributo fondamentale all’immaginario western di Leone, che con nuovi personaggi e nuove dinamiche narrative, si discosta molto dai western della tradizione americana più classica. La frontiera che racconta non è più divisa fra bianco e nero, luce e oscurità, sceriffi contro banditi…è una scala di grigi, una storia molto più complessa, dove “vero” e “giusto” stanno nel mezzo, e non più a un estremo. I “buoni” non sono più così buoni, sono buoni finché conviene loro per qualche motivo, ma appena viene a mancare questa convenienza, tornano a pensare alla propria pelle. I “cattivi” mostrano di avere, proprio come qualsiasi altra persona, un lato umano, sensibile, con gli amori, gli affetti, i traumi passati, e tutto quel che ne consegue. Se poi ci mettiamo anche i brutti, la citazione vien da sé…

Battute squallide a parte, questa visione entrerà più avanti a far parte anche del cinema dello stesso Eastwood, che da regista, e talvolta da attore-regista, porterà sullo schermo storie e personaggi fortemente debitori nei confronti dell’uomo senza nome e della frontiera dura e spietata reinventata da Leone, in cui non esistono buoni contro cattivi, ma semplicemente tutti contro tutti.

Il proseguimento negli Stati Uniti

Primo piano dell'Ispettore Callaghan, interpretato da Clint Eastwood
Clint Eastwood nel ruolo dell’ispettore Harry Callaghan

Il successo derivato dalla trilogia del dollaro di Sergio Leone lo porta fra anni ’60 e ’70 a prender parte, stavolta negli U.S.A, ad altri film, molti dei quali di genere western, in cui, seppur nella mancanza del tocco registico di Leone, riveste ruoli sostanzialmente simili a quello dell’uomo senza nome, pistoleri burberi e solitari, che si aggirano senza meta fra battaglie della guerra civile e atti di violenza quotidiana.

Possiamo però riscontrare, in alcuni di questi film, un maggior approfondimento biografico e psicologico del personaggio rispetto alla trilogia del dollaro, nella quale invece, dal primo al terzo film, le nostre informazioni sull’uomo senza nome rimangono scarse e invariate. Un esempio di questo approfondimento del personaggio lo possiamo trovare in “Il texano dagli occhi di ghiaccio”, sotto la regia dello stesso Eastwood: il film inizia mostrando il protagonista Josey Wales (Clint Eastwood) nella sua vita quotidiana, una serena esistenza da contadino insieme alla sua famiglia, che viene però interrotta dall’assalto di alcuni soldati nordisti (siamo in piena guerra di secessione), che senza remore sterminano la famiglia di Josey, lasciando questi vivo soltanto per caso. Ripresosi, decide di mettere in atto la sua vendetta, attraverso l’arruolamento nell’esercito sudista, che però è destinato ad essere sconfitto a breve. Nel corso del film, il protagonista incontrerà diversi personaggi che tireranno fuori il suo lato umano, compresa una giovane ragazza che lo aiuterà a riscoprire l’amore; la storia, la psiche, il carattere del protagonista ci vengono dunque svelati, a differenza di quanto accade con l’uomo senza nome dei western di Leone.

Ma il personaggio che incoronerà definitivamente Eastwood come attore di fama mondiale è senza dubbio quello dell’Ispettore Callaghan (Callahan in versione originale), il detective burbero e dal grilletto facile che darà origine ad una saga composta da ben cinque film, usciti fra il 1971 e il 1988. Dopo il fortunato “periodo western” (che comunque per lui non finirà mai davvero), Eastwood si cala nei panni di un uomo a lui contemporaneo, ma che riprende non poco i tratti degli antieroi della frontiera da lui precedentemente interpretati. L’ispettore Callaghan, soprannominato dai colleghi “Harry la carogna” (e la descrizione potrebbe anche fermarsi qui…), è quanto di più lontano possa esserci dal poliziotto gentile e servizievole, sempre a disposizione del cittadino; burbero, irascibile, insofferente verso le regole e gli ordini dei superiori, il suo unico desiderio è assicurare i criminali alla giustizia (più con la pistola che con le manette, s’intende), nonostante i continui richiami e le minacce di licenziamento per il suo approccio un po’ troppo “da far west”…un rude mercenario dei film western di Leone trovatosi all’improvviso imprigionato nella civile San Francisco del 1971…

L’Eastwood attore-regista, dagli anni ’70 ad oggi

Locandina del film Gran Torino, diretto ed interpretato da Clint Eastwood
Locandina del film Gran Torino (2008), diretto ed interpretato da Clint

Il 1971 è un anno fondamentale per la carriera di Eastwood, non solo per l’esordio del personaggio Harry Callaghan, ma anche e soprattutto per l’inizio della sua carriera da regista, parallela e spesso interlacciata a quella di attore, che ha inizio con il film “Brivido nella notte”. Eastwood aveva imparato le basi della regia molto tempo prima, quando fra anni ’50 e ’60 recitava nella serie televisiva americana “Gli uomini della prateria”, prima di farsi conoscere oltreoceano grazie ai film di Leone, ma non aveva mai avuto l’occasione di mettere in pratica tali nozioni fino agli anni ’70. Come regista, Eastwood dimostra una forte preferenza per i soggetti biografici (American Sniper; Invictus; J. Edgar, ecc.), e realizza film sempre e comunque a tinte drammatiche, con uno stile crudo e realistico, spesso in barba al più tradizionale lieto fine, preferendo invece colpire sentimentalmente lo spettatore con storie di vite turbolente e rovinate, nelle quali è più facile immedesimarsi.

Non di rado prende parte ai suoi film come attore, talvolta anche come protagonista (Gran Torino), mostrando di saper gestire sapientemente e allo stesso tempo sia la dimensione recitativa che quella registica. La punta di diamante dei suoi lavori realizzati “davanti e dietro” la macchina da presa è probabilmente il film “Gli spietati” (1992), film premiatissimo (nove candidature agli Oscar, quattro vinti, e terzo western in assoluto nella storia del cinema ad aggiudicarsi l’Oscar come miglior film), dove Eastwood torna nei panni di pistolero e mercenario del Far west, ruolo a lui familiare, ma stavolta decisamente diverso da quello che ha interpretato nei film di Leone, o nei precedenti western. Il personaggio interpretato da Clint, William Munny, è un pistolero ed assassino pentito, che trascorre un’esistenza tranquilla con i suoi due bambini, dopo aver perso la moglie a causa del vaiolo. Affiancato dall’amico ed ex-socio Ned (Morgan Freeman) e da un giovane aspirante pistolero, si imbarca per un ultimo incarico, una taglia da riscuotere su due giovani cowboy, responsabili di aver sfregiato una prostituta in un bordello. Eastwood con questa pellicola mette in scena un West nuovo, innovativo, con personaggi visibilmente più moderni, empatici, e riesce ad unire senza stonature il suo stile drammatico e toccante con l’inconfondibile pathos appreso dal suo maestro Sergio Leone.

Con l’avanzare del nuovo millennio, Eastwood ha gradualmente privilegiato sempre più il lavoro da regista, piuttosto che quello di attore, continuando a sfornare pellicole di grande successo di pubblico e di critica, come Million dollar baby, Invictus, Gran Torino, J. Edgar, Mystic River, American sniper, e l’elenco continuerebbe per un bel po’…

All’età di novant’anni, Clint Eastwood è ancora in attività, principalmente come regista, ma anche come attore (il suo ultimo film, “Richard Jewell”, è uscito nelle sale giusto lo scorso anno), divenendo quindi de facto uno dei registi ed attori dalla carriera più longeva di sempre.

Noi non possiamo far altro che augurargli di continuare ancora per lungo tempo a fare del grande cinema e magari, in occasione dei suoi novant’anni, riassaporare qualcuno dei suoi classici intramontabili.

Autore: Alberto Iuliano

Studente di Discipline dello spettacolo all’Università di Pisa e “musicofago” da sempre. Incurabile nostalgico, pensava di esser nato nel secolo sbagliato, ma dopo aver visto Ritorno al futuro ha capito che è sempre la stessa zuppa. In Radioeco dal 2019.

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