Il femminile non è un genere musicale

Qual è l’ultima canzone che avete ascoltato? L’ultimo album che avete acquistato? E l’ultimo concerto a cui siete stati? Dubito che la risposta sia un nome femminile a tutte tre le domande.

Giovedì 16 gennaio, sul palco dell’ExWide, ha suonato il bravissimo ZE (Giuseppe Vitale), accompagnato dalla cantante e producer LNDFK. Ma non è della serata che voglio parlarvi, quanto di una mia realizzazione: da quando mi sono trasferita a Pisa, nonostante abbia partecipato a vari live (alcuni li ho recensiti, qui, qui e qui) , non avevo ancora avuto l’opportunità di vedere esibirsi una musicista donna. D’altronde, basta dare un’occhiata alla proposta musicale dei vari locali pisani (Deposito, Lumière, Caracol) per rendersi conto di come i concerti di artiste e artisti donne o non-binary siano completamente assenti o ridotti. E non solo a Pisa, ovviamente, tutta l’attuale scena musicale italiana lascia uno spazio limitato alle donne.

ZE e LNDFK , ExWide, Pisa

L’anno è ormai terminato, e abbiamo fatto bilanci sulla musica del 2019, ma anche del decennio, fra classifiche Spotify e nomination Grammy. Io mi chiedo: come è, e come è cambiata la rappresentazione delle donne in musica in questi 10 anni?

Le statistiche parlano chiaro: Forbes rivela che ai Grammy, fra il 2013 e il 2019 solo il 10.4% delle nomination è andato a donne, mentre nelle 700 top songs per Billboard fra 2012 and 2018, le donne rappresentano solo il 21.7 % degli artisti, il 12.3 % dei cantautori, e il 2.1 % dei produttori. Women In Music, un’associazione dedicata al raggiungimento della parità dei sessi nell’industria musicale, riporta un gender-divide all’interno dell’industria musicale di circa 70 a 30. WIM mette in luce come il gender gap sia particolarmente evidente anche nel dietro le quinte: le donne possiedono in modo prevalente solo il 15% delle etichette musicali e sono solo il 6% dei produttori registrati in Usa e Canada, e il 20% in Europa.

Per quanto riguarda gli artisti più ascoltati su Spotify, se Billie Eilish e Ariana Grande hanno conquistato quest’anno secondo e terzo posto nella classifica mondiale, piazzando bene anche singoli e album, la situazione su scala decennale vede la sola Ariana Grande fare capolino al quarto posto, senza svettare con brani o dischi. La top 5 italiana, invece, non comprende il nome di nessuna donna.

artista femminile
Foto di Wendy Wei da Pexels

Le donne nel mondo dello spettacolo sono sempre state considerate principalmente dei corpi, da sempre lo spazio che viene dato loro è in funzione della loro bellezza (vediamo come non si esuli da questo nemmeno l’edizione 2020 di Sanremo) e non vengono ritenute in grado di avere un talento musicale al pari di quello maschile. Un’intervista di alcuni ricercatori a 75 donne cantautrici e produttrici rivela che il 40% hanno visto il loro lavoro venire svalorizzato, e il 39% ha subito stereotipizzazione e sessualizzazione. Vi sfido a trovare articoli, su qualsiasi artista donna, che non la definiscano bella o bellissima almeno una volta. Ho ancora i brividi quando ripenso al ragazzo seduto dietro di me al concerto di Lana del Rey, che si lamentava di come lei non indossasse un vestito appariscente, ma si fosse esibita in jeans: “non è mica così famosa da poterselo permettere”. E sappiamo benissimo non lo avrebbe mai detto di un uomo.

La risposta a questa discriminazione non è però la capitalizzazione del bisogno di spazio che il mondo femminile, come molte minoranze, giustamente reclama. La commercializzazione di tutto ciò che è donna, queer o black senza interrogarsi più di tanto su quale sia il messaggio, o il talento della donna in questione (come fa Freeda, per interderci) è un altro appiattimento e svalorizzazione della figura femminile, ancora vista come oggetto commerciabile solo in quanto donna e mai realmente presa in considerazione per il suo pensiero e i suoi contenuti. Non a caso la maggior rappresentazione femminile la vediamo nel pop, la forma per definizione più commerciale della musica. Generi alternativi, indie, che dovrebbero per natura rappresentare ciò che nel mainstream non trova visibilità, sono invece molto spesso permeati tanto quanto la cultura di massa da un misoginismo latente, dove la musica seria è ancora considerata principalmente un affare da uomini.

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Foto di Brett Sayles da Pexels

Quello che vogliamo è che alle donne (e in generale a tutte le minoranze) vengano date le stesse opportunità che agli uomini in campo musicale, per raggiungere gli stessi traguardi senza fare il doppio della fatica, e che il loro ruolo di artiste, il loro talento, vengano riconosciuti senza essere definiti “femminili” (come ci ricordano brillantemente le Guerrilla Girls quando ci elencano i privilegi di essere una donna artista.)

Vogliamo  che la musica venga apprezzata indipendentemente dal genere di chi l’abbia prodotta. La musica, come ogni forma d’arte, trasmette quello che significa essere umani: se non riuscite ad apprezzare musica fatta da una donna, se la giudicate troppo femminile, ci state considerando meno che umane. E questo ci fa molto male, e ci fa arrabbiare: questa è discriminazione.  Vogliamo anche che il mondo musicale si apra alle donne in ogni sua sfaccettatura : produttrici, musiciste, tecniche del suono, manager (esempio lodevole è l’organizzazione del British Summertime 2019, che, come ci ha ricordato la talentuosa Florence Welch, aveva una line-up al 70% femminile:

“I just wanted to say thank you, not only for all of you who came here to support this whole event, but to the incredible women I work with behind the scenes every day, who help me put this whole show together. This festival and this line-up was brought together by women, and really, what you’re experiencing is a matriarchal experience. See, it’s not too bad guys! Maybe we should try it in other places.”

Io vi lascio con l’augurio che in questo 2020 possiate ascoltare più artiste donne, e ascoltarle veramente. Perché le donne sanno fare musica di ogni genere, tranne musica femminile, ovviamente.

Se volete vedere qualche live a Pisa, le prossime artiste che si esibiranno sono:

  • Cristina Russo il 15/02 e Lucy Woodward il 7/03, sempre per il Pisa Jazz, sempre all’ExWide
  • Tamaryn, 30/1, dream pop dark e shoegaze a tinte 80s, al Caracol
  • Mama Marjas, in grado di spaziare fra le varie forme della black music, il 3/04, al Lumière
  • Birthh, alternative pop di respiro internazionale, ha collaborato con M¥SS KETA, il 4/04, al Lumière

Autrice Alessandra Pafumi

Studentessa di biologia marina nata nel 1997, tutti i suoi pensieri li darebbe in pasto ai pesci, se solo la volessero con loro, nelle profondità. Tenta di fare la blogger e la speaker per RadioEco dal 2019. Conduce Disconnected con Giulia Greco.

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