Notre Dame de Paris, molto più di un musical: recensione

notre dame de paris

Dopo il successo travolgente delle stagioni precedenti, Notre Dame de Paris torna a emozionare tutti gli appassionati di musical.

Passione, amore, desiderio, pregiudizi e malvagità sono gli ingredienti base di Notre Dame de Paris, spettacolo teatrale tratto dall’omonimo romanzo scritto da Victor Hugo all’età di 29 anni e pubblicato nel 1831. Quelle del musical curato da Riccardo Cocciante sono cifre da capogiro: nel 1998 il debutto a Parigi; 7 le lingue in cui è stato tradotto e oltre 15 i milioni di spettatori in tutto il mondo. Per assistere alla sua versione italiana il pubblico ha dovuto attendere ben quattro anni. Le campane di Quasimodo iniziano a suonare in Italia 14 marzo 2002 quando Notre Dame de Paris va in scena per la prima volta al Gran Teatro di Roma con la produzione di David Zard e la traduzione di Pasquale Panella.


Tra le numerose repliche, l’opera ha fatto ritorno anche a Firenze, più precisamente al Nelson Mandela Forum accolto da entusiasmo ed estrema passione, tanto che su quattro ha dovuto replicare ben sette volte con due spettacoli al giorno: il primo alle 16.00, il secondo alle 21.00

Apprezzato dalla critica soprattutto per i testi di Luc Plamondon e le musiche di Riccardo Cocciante, Notre Dame de Paris è stato anche spesso criticato per la staticità fisica e gestuale degli attori; un particolare che non sfugge allo sguardo dei più attenti.

Nonostante questo, lo spettacolo continua ad attrarre a sé un pubblico sempre variegato e divergente, anche dal punto di vista anagrafico, e i motivi del successo sono da ricercare certamente nel cast, il quale dopo 17 anni continua a mantenere intatta la propria forza estrosa e creativa, unendosi in un corpo unico composto da mille arti, alle cui estremità campeggiano ancora loro: Giò Di Tonno nel ruolo di Quasimodo, Vittorio Matteucci in quello di Frollo, Matteo Setti nel ruolo di Gringoire e Graziano Galatone nel ruolo di Febo.

L’amore in tutte le sue forme è sicuramente il motore della storia: quello fraterno di Clopin (capo degli zingari) che si batterà per difendere Esmeralda (Elhaida Dani), quello vero e sincero di Quasimodo verso Esmeralda, ma non corrisposto a causa della sua deformità e l’amore della gitana, che si guadagna da vivere cantando e ballando davanti la cattedrale di Notre Dame, per il soldato Febo, (fidanzato però con Fiordaliso). Il cuore che batte e quello che piange scateneranno una giostra di tradimenti, lacrime e morte che continua a lasciare a bocca aperta il pubblico e le guance bagnate da lacrime che scorrono a fiumi..

Sicuramente Giò Di Tonno ha dato prova della sua bravura, aiutato forse dalla tanta esperienza nel ruolo di Quasimodo. Con la sua voce rotta, a tratti disperata, ma intensa al tempo stesso, trascina il proprio pubblico nella Parigi del 1482, di fronte a quella cattedrale maestosa il cui sagrato viene bagnato da lacrime dolorose e amare per la perdita dell’amata.

A distinguersi è anche l’interpretazione di Vittorio Matteucci nel ruolo di Frollo; la scena in cui lui va a trovare Esmeralda in prigione sottolinea come la passione carnale possa portare alla rovina, la stessa che trascina Frollo (da sempre insensibile verso gli zingari e ora attratto da una di loro) ai confini dell’inferno.

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Storicamente lontano da noi, Notre Dame de Paris continua a sconvolgere la platea per l’attualità di cui consta. L’opera sottolinea, infatti, il tema dell’asilo, la paura del diverso, dello straniero emarginato e le sue difficoltà nei confronti della società. A contribuire a questo successo imperituro c’è anche il lavoro di ballerini e acrobati che in più occasioni hanno lasciato il pubblico senza fiato. Basti pensare al primo atto e al brano “la festa dei folli” in cui fanno la loro comparsa delle transenne, (strumenti della modernità che sottolineano la contemporaneità dell’opera), trasformando il palco in un carnevale sia di colori che di acrobazie. Oppure si pensi al secondo atto con il brano ”Le Campane” eseguito da Quasimodo; sulla scena ecco scendere tre campane di grandezza naturale, mentre tre ballerini che, senza protezioni, accompagnano il movimento oscillatorio delle campane.

Salti, acrobazie ma anche grazia e leggerezza nei momenti più delicati di uno spettacolo che si chiude con la stessa canzone intonata all’inizio: “Il tempo delle cattedrali”. Un cerchio che si chiude, là dove tutto ha avuto inizio e destinato a ripartire ogni giorno da zero, imprimendo la storia di Quasimodo per sempre nella storia del teatro italiano.

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autore Francesca Franzè

Studia Lettere Moderne e fa parte di Radioeco dal 2018

Attualmente speaker di Genio in compresse

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