L’affare Watergate: tra passato e presente

“Una notizia vale la crisi di una nazione?”

L’effrazione e gli arresti

Nella notte del 17 giugno 1972, cinque uomini vengono arrestati al sesto piano del lussuoso Watergate Hotel, sede degli uffici del Comitato nazionale dei Democratici, durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali a Washington. Gli indagati, ben vestiti, disarmati e con guanti da chirurghi, sono sorpresi con numerose apparecchiature fotografiche e alcuni dispositivi di sorveglianza elettronica, in grado di intercettare sia le normali conversazioni che le comunicazioni telefoniche. Uno di loro, James W. McCord, ex dipendente della CIA, risulta essere assunto come responsabile della sicurezza presso il Comitato per la Rielezione del Presidente Nixon (CRP). Si scopre inoltre addetto ai servizi della sicurezza presso il Comitato nazionale dei Repubblicani e su un suo taccuino viene trovato il numero di telefono di E. Hunt, consigliere interno della Casa Bianca.

In un comunicato ufficiale, l’ex ministro della Giustizia John Mitchell e il presidente del partito Bob Dole, dichiarano di non avere nulla a che fare con gli imputati, condannando anzi la loro azione sia all’interno che all’esterno del contesto politico. Nessuna spiegazione quindi sul movente, né su eventuali complici e organizzazioni coinvolti. Il mistero si infittisce e temendo per l’integrità del confronto politico, viene aperta un’indagine professionale e approfondita direttamente dall’FBI sulla vicenda.

L’affare Watergate di Carl Bernstein e Bob Woodward

Due giovani giornalisti del Washington Post, Carl Bernstein e Bob Woodward, decidono di approfondire un’inchiesta sul caso. In breve tempo emerge un assegno consistente versato sul fondo di uno degli indagati, da parte di due personalità politiche importanti, tra cui Maurice Stans, responsabile finanziario delle iniziative per la rielezione di Nixon e poi altri quattro assegni depositati sullo stesso conto da un noto avvocato messicano. L’elenco dei numeri telefonici dei funzionari addetti alla campagna diventa un documento riservato, così verso la metà di agosto Bernstein e Woodward cominciano a cercare le persone chiave direttamente nelle loro case. Grazie ad alcune fonti, scoprono una presunta strategia di risposta da parte del Comitato al tentativo di spionaggio scoperto al Watergate il 17 giugno. Viene effettuata una massiccia operazione di pulizia interna, nella quale parte della documentazione finanziaria viene distrutta, nascosta e taciuta dai membri della campagna presidenziale di Nixon. I documenti distrutti comprendevano: Memorandum che descrivevano le intercettazioni telefoniche compiute al Watergate ai danni dei funzionari del Partito Democratico e un elenco di nomi da cui si apprese l’esistenza di un fondo segreto “destinato a progetti politici di particolare delicatezza”. Alcuni impiegati raccontano ai reporter di aver ricevuto consigli, da parte dei loro superiori, su come rispondere alle domande degli agenti dell’FBI e degli altri inquirenti al lavoro sul caso Watergate; altri hanno ricevuto promozioni inaspettate nelle settimane successive; alcuni infine sostengono che tra i protagonisti dell’operazione ci sia proprio il direttore del personale, Robert Odle. All’arrivo dell’FBI tutti i documenti più importanti erano stati distrutti.

                                                                            

29 Apr 1973, Washington, DC, USA — Bob Woodward (left) and Carl Bernstein, Washington Post staff writers who have been investigating the Watergate case, at their desk in the Post.

La luce sul caso

Una telefonata fatta a Bernstein, incaricata da John Mitchell, rivela delle falle nelle dichiarazioni ufficiali dei Repubblicani e si ritorce contro lo stesso Mitchell e i suoi collaboratori. Mentre ricopriva la carica di ministro della Giustizia, Mitchell controllava personalmente un fondo segreto del Partito Repubblicano, destinato alle operazioni di spionaggio, il cui scopo era raccogliere informazioni a danno dei Democratici. Tra queste viene anche identificata l’irruzione nello studio dello psichiatra Daniel Ellsberg, uno dei protagonisti del caso Pentagon Papers. Bernstein e Woodward ricevono una dichiarazione della strategia generale e per la prima volta, sospettano che il primo uomo coinvolto fosse proprio il presidente Richard Nixon. L’FBI appura che l’episodio del Watergate nasce nel contesto di una massiccia campagna di spionaggio e sabotaggio politico, diretta dai funzionari della Casa Bianca e del CRP e portata avanti per favorire le rielezioni del presidente Nixon. Le attività prendevano di mira tutti i principati candidati democratici per la campagna presidenziale. Esse comprendevano: pedinamenti dei familiari dei candidati democritici, contraffazioni di lettere, invio confidenziale alla stampa di informazioni false e manipolate. Includevano inoltre l’infiltrazione di provocatori nelle manifestazioni, che avrebbero dovuto creare un clima di confusione, sospetto e dissenso, nei confronti dei Democratici. Il 25 ottobre del 1972, in un articolo del Post, Bernstein e Woodward raccolgono e rivelano le informazioni segrete sul fondo al pubblico. Nonostante questo, tredici giorni dopo, Nixon viene rieletto Presidente degli Stati Uniti d’America. La figura dell’americano medio di quel periodo si porta sulle spalle anni di politica delittuosa, moti rivoluzionari e guerre. Desidera tranquillità e la vede nei piani di “legge e ordine” del repubblicano.

I nastri e le dimissioni di Nixon

                                                                

Il 17 maggio 1973 si aprono i lavori della Commissione d’Inchiesta sulle attività presidenziali del 1972, diretti dal senatore Sam Ervin. Per la prima volta l’opinione pubblica americana segue attentamente le deposizioni, che imperversano attraverso i media. Il 25 giugno 1973 John Dean, consulente legale della Casa Bianca, parla per la prima volta di possibili registrazioni avvenute nella camera del presidente durante i loro colloqui, cosa che viene confermata dall’assistente del Presidente Alexander Butterfield. Nello studio ovale, Nixon aveva fatto installare infatti un dispositivo di registrazione automatico. Il procuratore speciale della Commissione chiede i nastri delle registrazioni come prova d’accusa nei confronti di Nixon, il quale però, li nega e lo fa licenziare. Nell’indagine si inserisce un nuovo procuratore, Leon Jaworski. Nixon, costretto dalla Commissione e dall’opinione pubblica sempre più pressante, cede le trascrizioni dei nastri. In queste però viene scoperto un buco di ben diciotto minuti e mezzo. Le giustificazioni da parte di Nixon e dei suoi collaboratori davanti a questa accusa appaiono ridicole e il caso viene portato davanti alla Corte Suprema che, all’unanimità, obbliga la consegna dei nastri originali. Il 1 marzo 1974 i membri del Comitato Elettorale del Presidente, tra cui Mitchell, vengono condannati con l’accusa di aver ostacolato le indagini sul caso Watergate, seguiti da altri collaboratori della Casa Bianca. La Camera dei Rappresentanti decide allora di intraprendere un’inchiesta formale per l’impeachment del Presidente fino al momento in cui, l’8 agosto, Richard Nixon si dimette: è il primo presidente nella Storia Americana a farlo.

A 1973 political cartoon by Jean-Claude Suares comments on the Watergate scandal by depicting a huge reel of audio tape crashing onto the White House. (Photo by Library of Congress/Corbis/VCG via Getty Images)

Gola Profonda

Nel 2005, Vanity Fair pubblica un articolo in cui, dopo anni, viene rivelata l’identità della principale fonte del Washington Post: W. Mark Felt, ex numero due dell’FBI. Il soprannome, di carattere ironico, si riferisce al titolo di un famoso film pornografico del tempo.

W. Mark Felt, left, answers questions for reporters outside District Court in Washington, Monday, Dec. 15, 1980. Felt and Edward S. Miller, right, were fined a total of $8,500 for approving illegal break-ins during a search for radicals.

I film

L’inchiesta condotta dai giornalisti Bernstein e Woodward del Washington Post ha ispirato la produzione di numerosi film. Alcuni esempi sono le pellicole: “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula, con Robert Redford e Dustin Hoffman (1976); “The Post”, di Steven Spielberg (2017) con Meryl Streep e Tom Hanks e infine “Frost/Nixon – Il duello”  di Ron Howard, con Frank Langella e Michael Sheen (2008), adattamento cinematografico delle vere interviste a Nixon registrate nel 1977 dal giornalista britannico David Frost.

Nixon ammette le sue colpe e chiede pubblicamente scusa al popolo americano

Oggi viviamo in un mondo che sta vivendo una forte crisi di cambiamenti politici e sociali. Siamo costantemente bombardati da informazioni su ogni dispositivo. Le notizie sono indispensabili, a patto però che noi siamo in grado di comprenderle. L’opinione pubblica in certe situazioni di grande confusione e difficoltà tende ad allontanarsi dall’informazione, preferendo rimanere indifferente o passiva, aggrappandosi radicalmente ai propri ideali o avendo la tendenza a fare gregge. Lo scandalo Watergate è stato profondamente incisivo sull’opinione pubblica, non solo americana, ma mondiale. Nella storia del giornalismo ha messo in luce il valore che può arrivare ad avere una notizia all’interno di una società. Fare giornalismo comporta avere una grande responsabilità, che deve essere accompagnata da correttezza, trasparenza e onestà. Nel momento in cui le notizie vengono scritte solo per accontentare un pubblico ideale, nel momento in cui un giornalista non è che un tecnico addomesticato dal potere, qualcosa sfugge. Abbiamo perso di vista cosa sia la buona informazione. Magari, ricordare questo tipo di avvenimenti e figure come quelle dei giornalisti Carl Bernstein e Bob Woodward, può aiutarci ad esserne più consapevoli.

Alla domanda di Nixon se una notizia valga la crisi di un’intera nazione, Katherine Graham, editrice all’epoca del Washington Post risponde che nel momento in cui la stampa si ferma per domandarsi quale saranno le ripercussioni probabili di ogni notizia, non assolve più il suo compito. Dopo gli articoli del suo giornale sul Watergate possiamo dire che la risposta è diventata definitivamente affermativa.

Fonti: “Sette pezzi d’America”, edito Minimum Fax a cura di Simone Barillari; articoli Washington Post 1971-1974

Rimani sempre aggiornato sulle nostre uscite dell’Area News!

Autore: Martina Rizzo

Casa in Toscana, cuore in Puglia. Studia lettere all’università di Pisa. Porta sempre un libro in borsa e ha qualche problema con l’abuso di caffè. In Radioeco dal 2019.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *