Il business di Google visto attraverso i Pokémon

Nel 2019 è uscito uno dei libri più importanti relativi all’utilizzo dei dati da parte delle grandi aziende che li raccolgono e gestiscono. Il libro è “The age of Surveillance Capitalism” di Shoshana Zuboff. Per chi come me segue questi temi è diventata la nuova bibbia, che ha reso ridondante la lettura dei precedenti libri sul tema. Un capitolo relativo al gioco Pokemon go mi ha colpito particolarmente e lo ritengo un ottimo esempio per fare capire il complesso funzionamento del mondo dei dati.

Prima di arrivarci vi spiego due passaggi essenziali. Google inizialmente raccoglieva dati dai propri utenti con il solo fine di migliorare i servizi offerti. I comportamenti registrati per migliorare questi servizi tuttavia producevano allo stesso tempo dati collaterali che venivano scartati poiché non utili al miglioramento del servizio. Il ciclo quindi era piuttosto corto.

google pokemon go


Essendo un’azienda quotata in borsa per quanto “cool” “smart” “awesome” tu sia devi rispondere ai tuoi azionisti. Col fiato sul collo, qualcuno a Google ha capito che quei dati ritenuti scarti, potessero essere utilizzati per assemblare dei prodotti da vendere poi ad aziende terze. Il ciclo precedente allora diventa questo. 

Lo scarto diventa surplus riutilizzabile, ogni nostro dato diventa preziosa merce. La quantità dei dati immagazzinati acquista enorme valore e infatti è proprio il momento in cui cominciano le opache politiche di privacy e comunicazione esterna di Google, alle quali seguiranno quelle di Facebook (spoiler:  Microsoft non è da meno).

Come potete vedere il ciclo dei dati ci mostra da dove le revenues delle big tech arrivano. Ciò che vendono sono dei derivati che ci danno un’indicazione più o meno precisa del comportamento degli utenti di cui si dispongono i dati. In pratica il tuo comportamento online diventa parte di un pacchetto di dati che vengono venduti in quelli che la Zuboff chiama “Markets in future behavior”. Future non è da tradurre con “futuro”. In questo caso il termine è quello finanziario di “derivati”. Che per il volgo sono praticamente delle scommesse sul comportamento di questi utenti di cui si sono elaborati i dati.

Va da sé che il valore di queste previsioni sia tanto maggiore quanto maggiori e qualitativamente migliori siano i dati su cui poterle elaborare. È da qui in poi che i banner pubblicitari che compaiono mentre fai le tue ricerche non sono per forza legati al prodotto che stai cercando in quel momento, ma potrebbero essere la pubblicità di un’agenzia viaggi o di un prodotto dimagrante.

Ma perché Pokémon go è stato definito un evento rivoluzionario in un contesto simile?

Una differenza che è immediatamente possibile notare è data dalla caratteristica principale di questo gioco. L’idea di Google (ebbene si il proprietario del videogame è proprio Big G.) è stata quella di trasferire ciò che prima avveniva nei confini fisico-digitale di un videogame nel mondo reale attraverso l’uso della realtà aumentata, grazie alla quale, i Pokémon appaiono sullo schermo del tuo telefono come se fossero davanti a te.

I dati che normalmente Google raccoglie sono quelli di una persona che si muove in un mondo virtuale. Il comportamento che sono in grado di influenzare è quello online. Se io vendo previsioni sul comportamento dei consumatori, avere la possibilità di farti arrivare in un qualsiasi parte della città semplicemente facendo apparire un pokémon in quel preciso luogo allora fa sì che quelle previsioni sul comportamento del consumatore siano molto plausibili, con la conseguenza di avere un valore di mercato maggiore. Potrei far apparire un determinato pokémon all’interno di una pizzeria o di uno starbucks (magari proprio all’ora della merenda). 

Da non sottovalutare inoltre, la possibilità di poter contare su una community di giocatori coesa che amplia il suo raggio di azione entrando nel mondo fisico. La narrativa fatta passare e che ha prevalso ha fatto sì che quasi nessuno potesse notare queste caratteristiche. Si è parlato di pokémon come una rivoluzione nel gaming, che ha portato al passaggio del nerd dall’era della sedentarietà a quella della motricità: la soluzione al problema dell’obesità legato al mondo del gaming.

La “gamification” incontra il capitalismo il quale è ora in grado di sfruttare la voglia di competizione, il raggiungimento di obiettivi proprio dell’evoluzione del pattern di un gioco e tradurli in revenues.

Per chi fosse interessato e non se la sentisse di approfondire leggendosi 700 pagine consiglio Eli Pariser “The Filter Bubble”.

Alla prossima! 

Autore: Rocco Felici

Laureato in scienze politiche. Si interessa di politica e tecnologia. Ama tutto (quasi) ciò che provenga dagli anni 90 (tipo i Rollerblade e le Spice Girls). È un europeista convinto.


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