Conservazione e popolazioni indigene: perché dobbiamo cambiare la nostra visione della natura

Domenica scorsa si è conclusa la National Park Week negli Stati Uniti (20-26 Aprile), che per la prima volta si è svolta in modo prevalentemente digitale. Se questi parchi sono ormai simbolo di amore e protezione della natura, Survival International ci ricorda però che hanno le loro radici in processi colonialistici che vanno in direzione contraria a quello di conservazione, e in soprusi verso le popolazioni indigene.

Già nel 1805 infatti, uno dei più grandi naturalisti ed esploratori del Sudamerica, Alexander Von Humboldt (grande amico di Goethe) aveva collegato la colonizzazione spagnola del Sudamerica con lo sfruttamento della natura, individuando la causa di disastri come alluvioni e siccità nelle “attività imprudenti degli Europei” di gestione delle risorse naturali. Criticava l’ingiusta distribuzione delle terre, le monoculture, la violenza contro le popolazioni indigene e l’idea che la sottomissione della natura fosse la base per il profitto futuro. Metteva invece in guardia dall’effetto di queste devastazioni sulle future generazioni.

Se quindi dovessimo indicare una sola causa per la crisi climatica, quale sarebbe? “Geo and Geo“, avrebbe risposto così Hugh Warwick , attivista di Extinction Rebellion (autore di A Prickly Affair: The Charm of the Hedgehog, e couatore di The People’s Manifesto for Wildlife) se fosse stato italiano. Invece ha citato Springwatch, l’equivalente britannico firmato BBC del noto programma Rai.  Perché?

Perché ci fa vedere la natura in uno schermo, insegnandoci che è qualcosa di esterno da noi, che non c’è più una volta cambiato canale, e si passa ad un altro settore delle nostre vite. Relegata al ruolo di fun fact, ne trascuriamo l’importanza, e non solo nella vita di tutti giorni. Spesso anche nelle iniziative volte alla sua protezione è vista come un’oggetto da noi manipolabile, gestibile e studiabile, quasi un reperto archeologico passivo, da restaurare e conservare, e non come l’insieme di tutto ciò che circonda, assolutamente vivo e attivo, presente in una pluralità di forme interconnesse.

Mi spiego meglio, per illustrarvi un po’ ciò di cui vi volevo parlare. Lo stereotipo del conservazionista con cui siamo cresciuti, è un uomo bianco, spesso anche di capelli, in divisa color kaki, alla guida di una jeep in qualche Game Reserve africana. Ma la verità è che il modello di conservazione basato sull’istituzione di riserve naturali, specialmente in continenti come Asia, Africa e Sud America, non tiene conto di metodi di conservazione presenti da secoli: quelli delle popolazioni indigene di cacciatori e raccoglitori.

Il primo caso lo abbiamo con l’istituzione del primo parco naturale nordamericano, ovvero Yellowstone. Per fare questo, nonostante le promesse iniziali, sono stati cacciati i nativi americani presenti sul territorio (300 morti nello scontro). Con la loro esclusione, è iniziata la necessità di gestire il parco, per evitare squilibri nelle catene alimentari. Sono diventati necessari abbattimenti di bisonti e alci che invece prima erano controllati dal loro predatore naturale: l’uomo.

Survival International è un NGO che da 50 anni è attiva per la protezione delle popolazioni indigene, e in una sua campagna si batte per la decolonizzazione della conservazione. Lotta contro enti internazionali volti alla protezione della natura, primo fra tutti il WWF, che, alleati con i governi, attuano veri e propri espropri, facendosi complici di violenze, per espellere queste popolazioni dai territori in cui hanno sempre vissuto in armonia con la natura.

Ad esempio, uno studio ha stimato che nel 2009 sono state espulse 50,000 persone dai parchi centro africani, 100,000 in India, e mezzo milione sono minacciate nella sola Thailandia. Tutto questo in nome della protezione della natura. Ma non è un caso se l’80% della biodiversità e i 200 luoghi più ricchi di specie nel mondo coincidono con i territori delle popolazioni tribali.

Queste popolazioni sanno di dipendere dalle risorse della natura per la loro sopravvivenza, e sono in grado di utilizzarle in modo sostenibile, rispettandone i limiti.  Molti hanno anche sviluppato tecniche che, nel corso dei millenni, hanno fatto aumentare la biodiversità.

Anche la nostra macchia mediterranea, ad esempio, è il risultato dell’azione dell’uomo di incendio, taglio e pascolo, avvenuta decine di migliaia di anni fa in tempi preistorici. Queste pratiche hanno trasformato una foresta primaria in un mosaico di ambienti diversi, ognuno con le sue peculiari specie, aumentandone quindi la biodiversità. Uno studio sul Chitwan National Park in Nepal, inoltre, ha mostrato una minore densità di tigri nella zona centrale libera dagli umani, probabilmente perché il modo di gestire il territorio delle comunità crea un habitat migliore per le tigri.

“The removal of these natural (and low-cost) guardians resulted in an increase of poaching and the subsequent near extinction of the rhinoceros population.”

report into the eviction of Maasai from the Ngorongoro landscape, United Nations Environment Program, 2009

Bracconaggio, invasione di specie aliene e incendi devastanti (grandi minacce per la conservazione), invece, aumentano dopo che vengono sfrattate le popolazioni indigene. Perché si toglie un tassello fondamentale dell’ecosistema, in grado di fornire una funzione insostituibile. E logicamente, coloro che dipendono dalla propria terra per sopravvivere sanno prendersene cura meglio di guardie poco pagate, e sono naturalmente portati a denunciare i bracconieri che minacciano i loro territori. Mentre difficilmente collaboreranno se vengono scacciato da essi, nutrendo anzi (giustamente) sentimenti di rivalsa.

Purtroppo, ragioni di guadagno economico derivanti dal turismo, fomentati da sentimenti razzisti e paternalisti, portano governi e associazioni ambientaliste a compiere dei veri espropri. Ma rendere queste persone parte di un sistema che, al contrario loro, non riconosce i limiti della natura e la sta sfruttando oltre al necessario, non solo va contro qualsiasi scopo conservazionistico, è soprattutto un crimine contro i diritti umani. Privarle degli unici mezzi di sussistenza che conoscono, usando la violenza, significa condannarle a una vita di povertà, ai margini della nostra società, e cancellare culture millenarie, discriminate perché non assomigliano alla nostra. Non solo la biodiversità, ma anche la diversità vanno conservate. Perché non abbiamo nessun diritto di espropriare territori alle popolazioni indigene. E perché questa diversità di culture, adattatasi a una diversità di territori, può essere esempio e spunto per un sistema di conservazione della natura e un uso sostenibile delle risorse che per ora non possediamo.

Our slogan is “Baiga, Tiger, Jungle, Mountain: all are united.” The current perspective of seeing people different from the tiger is that of the government and not ours. We have lived with the tigers for centuries and know how to co-exist.

Mahuamacha villager, Baiga

Numerose sono le lotte indigene a difesa dei propri territori, sostenute da associazioni come Survival e Amnesty, e intensificatesi con il pericolo del Coronavirus. Vi invito a informarvi da loro, io sono biologa e comprendo meglio gli ecosistemi di quelle terre della loro situazione politica. Ma questo mi permette di dire una cosa, concludendo e ricollegandomi all’inizio: il punto di partenza per la salvaguardia del pianeta è riconoscere che, facendo noi parte della natura, la nostra sopravvivenza è legata ad essa. Non possiamo sfruttarla come stiamo facendo. E queste popolazioni, semplicemente, ce lo dimostrano.

Trovate altre informazioni su come la conservazione della natura sia inscindibile da quella della popolazioni indigene in questo testo (dove ci sono anche gli studi che ho citato), in queste letture e in questi due reportage (uno della BBC). Qui, invece, trovate la mail da mandare al WWF per chiedere di fare conservazione diversamente. Insieme alle popolazioni indigene.

alessandra

Autrice Alessandra Pafumi

Studentessa di biologia marina nata nel 1997, è a casa solo quando è quasi a casa. Gioca a fare la blogger e la speaker per RadioEco dal 2019. Gestisce Disconnected con Giulia Greco.

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