Disconnected dalla quarantena – il post-rock dei Sigur Rós

Sigur Rós
dalla pagina facebook dei Sigur Rós

Chi sono?

La band, attualmente composta da Jón Þór Birgisson (aka Jonsi) e Georg Hólm, nasce a Reykjavík, terra che ha visto la nascita di Björk, la formazione degli Of Monsters and Man e ispirato Tutti Fenomeni per l’omonimo brano (che bella l’Islanda, vero?), e dal 1994 fa breccia nel cuore di ogni buon amante del post-rock che si rispetti.

I suoni ambient e minimal sono i veri protagonisti del viaggio sonoro che la band ci propone, sperimentando anche l’utilizzo della voce come un vero e proprio strumento. Davvero!

Le parole che fanno da sfondo ai suoni fiabeschi dei Sigur Rós, difatti, sono frutto dell’immaginazione di Jonsi, che ha scelto di creare una lingua tutta sua, il vonlenska o “hopelandic“, per sfruttare la voce come strumento nella produzione di effetti e suoni ancora più particolari ed evocativi delle emozioni in gioco.

Ancora non ne siete convinti?

Sigur Rós
live tour 2012, dalla loro pagina facebook (credits to hanner11 on flickr)

Perchè ho scelto l’album?

Una scelta puramente di cuore mi ha portato a scegliere ( ) come album preferito dei Sigur Rós, nonostante la recente creazione di Route One mi abbia messo in crisi.

Non posso esimermi perciò da una menzione d’onore al suddetto album: nel più lungo giorno dell’estate del 2016, i Sigur Rós hanno percorso la Route One islandese trasmettendo l’intero viaggio su YouTube.

Figo, penserete ora, ma non è finita qui!

Attraverso un software generativo di musica che prendeva elementi multitraccia di Óveður, loro brano, e li reinventava all’infinito in tempo reale, la band si è ritrovata a fine viaggio con quasi 24 ore ininterrotte di musica sempre nuova, che hanno scelto poi di suddividere in 8 brani aventi come titolo le coordinate geografiche di ogni punto in cui il software aveva generato un nuovo motivo.

Come potete non amarli?

In ogni caso, con i primi album, Von (1997) e Ágætis byrjun (1999), hanno abituato l’ascoltatore ad entrare in questo visionario tipico islandese, a tratti cupo e solenne ma anche fiabesco e vicino alla natura, come se puntassero a creare un immaginario di immersione in essa (basti ascoltare l’omonima Sigur Rós, prima traccia di Von).

Tuttavia, solo dal 2002 con l’uscita di ( ), dimostrarono l’effettivo cambio di rotta caratterizzato da suoni molto più minimali, limpidi e non grezzi come quelli del primo album, un uso più intenso dell’hopelandic, e una presenza molto più soft delle percussioni.

Sigur Rós
cover di ( )

L’album:

L’album, composto da 8 brani, è suddiviso in due parti da 36 secondi di silenzio posti esattamente metà: come dichiarato dai Sigur Rós stessi, “le prime [tracce] solari e ottimistiche, le seconde più oscure e malinconiche“.

E la cosa si fa sentire… tantissimo!

Proprio la la prima traccia Untitled #1 – Vaka, è stata quella che mi ha fatto innamorare: lo struggente candore con cui Jonsi si esprime sulla strumentale composta inizialmente solo dal piano, poi accompagnata da un picco di archi sul finale, potrebbe durare all’infinito senza mai stancare. Le sensazioni che lascia addosso sono sì malinconiche, ma dolci, profonde.

I ricordi che evoca sono quelli di mancanze che tuttavia non fanno male: l’ultimo abbraccio dato ad una persona cara, l’ultimo sorriso ricevuto, l’ultimo ricordo legato a qualcuno che non vedete da un po’.

Forse fa male, sì, ma è un dolore quasi piacevole da scontare.

Saltando a piè pari Untitled #2, a mio parere la meno incisiva di tutto l’album, si prosegue con Untitled #3 che riprende l’espediente di un piano incalzante, di accordi ridondanti ma che non stancano, e con l’estrema delicatezza delle note più acute e gentili del piano ci trasporta all’innocenza dell’infanzia, un salto nel passato più che dolce che prelude all’ultimo brano della quaterna “ottimista”, Untitled #4, in cui ritornano i vocalizzi di Jonsi, le percussioni più rockeggianti ed un contesto meno ambient dei precedenti.

Sigur Rós
Jonsi e l’utilizzo di un archetto per la chitarra, direttamente dal live tour 2012
(foto dalla loro pagina facebook, credits Andrew Whitton)

Untitled #5 apre la seconda parte dell’album in una maniera quasi esasperante: i toni prolungati rendono il brano infinito ed estenuante, con picchi di chitarra taglienti e, all’improvviso, uno dei climax musicali più belli che si potranno mai ascoltare, e che culmina al minuto 8.27 in un tripudio di strumenti: l’organo, le percussioni, le chitarre, tutti suonano all’impazzata.

Ma è un fulmine a ciel sereno, che in un attimo riporta il tutto allo status di originaria calma e silenzio, collegandosi immediatamente ad Untitled #6. Inaspettatamente, questa sesta traccia non corrisponde alla descrizione di cupa malinconia anticipata dalla band e anzi, i toni angelici che tocca Jonsì ci trascinano in qualcosa di a dir poco etereo e che riprende, a mio modesto parere, gli echi e le sensazioni della primissima traccia.

Con Untitled #7 ritornano i toni già noti di Untitled #5 e che, per certi versi (non odiatemi) ricordano vagamente il cantato più trascinato e disperato presente, talvolta, in Matthew Bellamy, frontman dei Muse.

Ed è così che si giunge all’ottava ed ultima traccia, Untitled #8, più intima e delicata delle altre, seppur non manchino le percussioni e venga fatto un utilizzo maggiore della voce rispetto a tutti gli altri brani; questa calma apparente, però, viene nuovamente interrotta dal minuto 6.14 a favore di un assolo di percussioni, che rilancia quella sensazione di fusione con la natura, un rifugio necessario reso tale dall’incremento angosciante della batteria, e interrotto, poi, da una distorsione di chitarra che si trascina fino alla fine del brano.

Sigur Rós live from the Walt Disney Concert Hall, Courtesy of the Los Angeles Philharmonic Association

Come se l’interminabile analisi traccia per traccia non fosse abbastanza, ecco alcuni dei miei brani post-rock preferiti e che consiglio a chiunque di ascoltare per apprezzare al meglio il genere:

D’obbligo, ora, un ringraziamento speciale al mio amico Matteo, grazie al quale ho potuto scoprire ed approfondire questo meraviglioso genere (qui la sua super playlist in merito), e a Giulia e Alessandra, che mi han dato la possibilità di sproloquiare qui su Disconnected!

Cosa ne pensa Alessandra?

Ringrazio davvero Federica per avere parlato di un gruppo che amo tantissimo, sono ancora in hype. Mi fa davvero piacere vedere che non sono l’unica a stalkerare tutte le piccole magie musicali che fanno. I Sigur Ròs occupano un posto specialissimo nel mio cuore, colonna sonora del mio lungo viaggio in Islanda, ma anche di commoventi scene del mio amato Sense8 (spoiler: ho pianto). Saluto ancora una volta Francesca con cui sono andata al concerto, esperienza mistica (scusa Giulia, pure loro ho visto). Sto riversando forse un po’ troppo di me in questo gruppo, ma la loro musica questo fa: spirituale nel senso più ancestrale del termine, distilla situazioni ed emozioni del vissuto personale e te li fa vedere come parte del tutto, del fluire della vita, della natura: che per gli Islandesi, è compagna costante di ogni giornata. Ah, grazie Fede per aver citato Tutti Fenomeni. Ci si vede (speriamo!) al concerto!

Autore: Federica Viola

Fuorisede classe ’99, studia Scienze Politiche presso l’Università di Pisa.

Fa parte di RadioEco dal 2019.

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