Disconnected dalla quarantena – La chiusura di Mac Miller

mac miller

Normalmente scrivo di cultura pop e società, non musica. Uscire senza cuffiette mi è impensabile, mi fa venire mal di testa, ma finora non avevo mai pensato di scriverne, mi sembrava fuori dalla mia portata. Mi intimidisce. Sono una vergine musicale. Ah, l’ansia. Ma non potevo rifiutare l’offerta di Giulia e Alessandra. E forse la prima volta su questo programma in versione scritta invece che fonica mi favorisce: non mi posso impappinare.

Quindi benvenuti a Disconnected: mi chiamo Alison, e oggi parliamo di Circles, l’album postumo di Mac Miller.

Chi è Mac Miller?

È difficile credere che dietro a Donald Trump e God is Fair, Sexy Nasty ci sia la stessa persona. Ma il prestigio di Mac Miller, nel mondo degli addetti ai lavori, deriva proprio dalla sua perenne tensione evolutiva.

mac miller

Vero nome Malcolm James McCormick, nasce il 19 gennaio 1992 a Pittsburgh, negli Stati Uniti.  Bianco, di origini ebree, vive in centro, lontano dai sobborghi: eppure questo rapper anomalo, che pubblica il primo mixtape a quindici anni e suona il piano da quando ne aveva sei, diventa immediatamente un punto di riferimento per la nuova scena indie-rap.

La svolta artistica arriva con Macadelic, primo album in cui le influenze rock di Miller, da Sgt. Pepper‘s a Dark Side Of The Moon, si affiancano con più forza alle radici rap. Da lì in avanti ogni nuovo album sarà un’esplorazione più ardita di questa dualità, un tentativo di conciliare le due anime: «I’m Lennon mixed up with UGK» dice in Smile Back, dal primo album, Blue Slide Park, che riscosse successo di pubblico ma non di critica– Pitchfork lo valutò un misero 1.0 su 10.

L’aggressività delle critiche rivolte all’allora diciannovenne Miller è uno dei fattori che lo spingono ad un consumo di sostanze destinato a continuare, ad ondate, negli anni: fino ad infrangersi.

Il 7 settembre 2018 Miller viene trovato nella sua casa a Los Angeles, morto per overdose accidentale.

«I don’t know why all my albums end in death. I guess because that’s what happens in life.»

Miller commentando The Festival, da GO:OD AM

L’evoluzione che l’aveva contraddistinto è costretta a interrompersi. Fino, due anni dopo, alla sua coda: Circles.

Perché ho scelto quest’album?

Avendo ascoltato solo Circles, mi sembrava fuori luogo scriverne senza sapere nient’altro di Miller. Così in questi giorni ho letto recensioni, in memoriam, interviste, visto mini documentari e ascoltato quasi l’intera discografia.

Ho scoperto un musicista ammirato da tutti i suoi colleghi, che si aspettava che i suoi amici avessero «sempre il loro strumento dietro» quando gli piombavano in studio, che aveva diversi alias dietro cui produceva le sue e loro tracce, e che ha aiutato a sfondare tutti quelli che gli stavano intorno. Una persona che nelle performance si tocca continuamente il cappello e invece di parlare ridacchia, e li fa ridere, ed è tutto lì.

«He honed his craft, on the mic and on the production side, which is why he earned the respect of so many in and outside of the hip-hop world.»
Sidney Madden

Non riesco a smettere di ascoltare. The Divine Feminine, Swimming: mi ritrovo a letto, nel buio, senza volermi togliere le cuffie, per continuare a vagare nel beat, tra parole in cui si fondono le mie.

E tutto grazie a Circles, l’album che ho ascoltato a ripetizione durante la sessione, nella solitudine della mia camera a Pisa, di giorno e di notte, mentre dalle serrande entrava solo la luce dei lampioni, e io trovavo un antidoto alla mia dispersione.

L’album:

mac miller
«La prima volta che ho sentito “Once a day”, e lui era lì, non lo dico con le lenti del lutto… sono dovuto uscire dalla stanza. E ho cominciato a piangere.»
Jon Brion

Circles è stato concepito come un unicum con Swimming: swimming in circles. E infatti, come tutti i gemelli, si completano: dove finisce l’uno inizia l’altro.

Se Swimming, nella sua sperimentazione con R&B e rock psichedelico, è ancora un album rap, in Circles l’unica traccia veramente tale è Hands. Nel resto delle canzoni Miller canta, e gioca con synth, bassi ed effetti sonori, mescolando i generi in una soluzione omogenea, senza soluzione di continuità. Rappa sulla chitarra blues di Hand Me Downs, canta sulla base hip-hop anni 80 di Complicated, evoca atmosfere funk, folk, rock in una miscela imprevedibile ma naturale. A malapena la noti, lì per lì, la quantità di livelli. Solo dopo pensi: oh.

La produzione è curata da Jon Brion (avete presente la soundtrack di Eternal Sunshine Of The Spotless Mind?), già coproduttore di Swimming, contattato dalla famiglia di Mac per finire il progetto. Il tocco di Brion è morbido ma ricco, rispettoso delle idee di cui aveva parlato con Miller.

Good News, singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, è una delle tracce che ha dovuto manipolare maggiormente. Il risultato è una canzone delicata, gentile ed infinitamente triste.

Oh I hate the feeling
When you’re high but you’re underneath the ceiling

L’intero album può essere riassunto così: dolce e devastante. Per definirlo puramente triste bisognerebbe ignorarne tutti i momenti di gioco, spensieratezza, ospitalità. Invece all’inquietudine si affianca la tranquillità, al languore un continuo movimento: lento, poi più rapido, su e giù, e poi, circles.

Il cerchio di Mac Miller si chiude ancora aperto. Resta incompleto, come lo stesso Circles, a tratti grezzo, evidentemente demo-y. Rimane la sofferenza di non sapere come avrebbe continuato. Ma anche la sensibilità che ha lasciato dietro.

Cosa ne pensa Alessandra?

Prima di tutto ringrazio tantissimo Alison, di cui io e Giulia siamo grandi fan, per essersi prestata al nostro programma e averci donato la sua bravura. Non avremmo potuto in alcun modo descrivere meglio le sensazioni di quest’album. Grazie per avermelo finalmente fatto ascoltare, e soprattutto grazie a Mac per la sua straordinaria capacità di scavarmi nel profondo, con beat mirati e sincerità senza filtri, e tirare fuori tante cose che non vorrei vedere. Con Surf mi si spezza sempre il cuore, ma ogni brano è davvero una gemma preziosa. Ora corro a riascoltarlo in loop, anzi, in circles.

Cosa ne pensa Giulia?
Di Mac non conoscevo che la storia degli ultimi suoi anni e una canzone, l’outro del video che Alison ha linkato all’inizio dell’articolo. Ora Circles: l’ho ascoltato tre volte, per non sbagliarmi e anche per darmi tempo. L’omonima traccia mi ha trasmesso le stesse vibes musicali di Everybody’s got to learn sometimes, solo che a differenza di questa, rimane un canto statico, appunto circolare; poi ho apprezzato Blue World, una track su cui falsamente si balla e la mia preferita (appena decretata) Everybody, che sembra quasi un inno lennoniano. È una voce che si trascina la sua, anche se terribilmente dolceamara: alla fine dell’ascolto ti fa rimanere lì con la domanda ”E ora?”. Ora avrà trovato una via di fuga?

Autrice: Alison Haughton

Alison studia Scienze Biologiche all’Università di Pisa e non le dà fastidio se pronunci male il suo nome, ha un quadernino su cui si annota le versioni migliori dal 2005. Fa parte di RadioEco dal 2019.

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