Alexander Fleming: una sorpresa per la scienza

Se qualcuno di voi si sta chiedendo chi sia Sir Alexander Fleming, può subito tirare un sospiro di sollievo: a 65 anni dalla sua scomparsa lo celebriamo, quest’oggi, ricordando i suoi numerosi successi in campo medico.

Nato in una zona rurale della Scozia da una famiglia numerosa, a 14 anni raggiunge i fratelli a Londra per studiare e, guardate caso, coincidenza astrale che accomuna i geni più famosi mai esistiti, in questi studi non ottiene risultati particolarmente brillanti, decidendo di dedicarsi ad altre mansioni.

Rimasto orfano di padre già all’età di sette anni, inizia per Alexander la corsa contro il tempo per arrivare ad accaparrarsi l’acclamata rivincita personale.

E fu proprio così.

Fleming, infatti, ereditò da un parente una piccola somma di denaro che gli permise di iscriversi alla Facoltà di Medicina presso il Saint Mary Hospital, dove il suo prestigioso talento venne notato da Sir Almroth Wright, microbiologo e professore di patologia, nonché uno dei maggiori esperti di immunologia del tempo.

Il <Dipartimento di inoculazione> al Saint Mary Hospital era una piccola struttura in cui, ab illo tempore, si cercava di passare dalla vaccinazione preventiva a quella terapeutica e il gruppo di Wright (chiamato <il Vecchio>) era deciso a trovare una cura che facesse affidamento alle naturali difese del corpo umano, restando totalmente scettico verso le sostanze chimiche.

Alexander Fleming raffigurato in una vignetta

Scoppiata la Prima Guerra Mondiale, Fleming si ritrovò a fare esperimenti dimostrando che gli antisettici avevano un’efficacia praticamente nulla in caso di ferite profonde e in tempi sicuramente privi di pace, Alexander dovette sospendere le sue ricerche, lasciando in un baratro tutti i passi in avanti fatti dalla chirurgia diventata quasi ormai sterile.

Pochi anni dopo, precisamente nel 1922, Alexander Fleming, in modo del tutto casuale, scoprì il lisozima: aggiunse, infatti, una goccia del suo muco in una coltura batterica e notò, con suo gran stupore, che i batteri di lì a poco morivano. Aveva di fatto scoperto una delle nostre difese naturali contro le infezioni.
In poche parole le caratteristiche di questi liquidi erano dovuti ad un enzima, che “lisava” (dal greco lysis, che significa dissoluzione) certi microbi: da qui il nome lisozima.
L’intento di Fleming, insomma, era quello di trovare nuovi farmaci, ma l’enzima che aveva reso noto, non poteva essere utilizzato come medicinale a causa della sua difficoltà a muoversi tra le cellule.

E se fino ad ora, avevamo incoronato d’alloro il celebre Alexander, c’è da dire che la scoperta della penicillina da parte sua fu preceduta da alcuni studi sulle muffe nei decenni precedenti.
Infatti (ebbene si) altri studiosi arrivarono prima del nostro notissimo amico: da Vincenzo Tiberio che sperimentò l’azione dei batteri su diverse colture a Bartolomeo Gosio che tentò, allo stesso modo, di studiare l’azione battericida di alcune muffe.

E come in alcune storie in cui il finale è inaspettato, quasi da lasciare a bocca aperta, in questa che vi stiamo raccontando fu proprio Alexander Fleming ad avere la meglio.

Nel 1928, con grande fortuna, si imbatté in una capsula di Petri particolare: era macchiata di muffa con attorno delle colonie batteriche che si erano dissolte. L’efficacia del fungo fu provata su vari tipi di batteri e i risultati furono più che soddisfacenti. La muffa miracolosa fu identificata inizialmente come penicillium notatum: da qui il nome penicillina e la successiva nomina a professore di batteriologia all’Università di Londra.

Alexander Fleming in laboratorio in un’immagine dei primi anni quaranta.

<Quando, quel 28 settembre 1928, mi svegliai, subito dopo l’alba, non era certamente mia intenzione rivoluzionare tutta la medicina, scoprendo il primo antibiotico del mondo, o killer di batteri… ma credo sia esattamente quello che feci>

Così nel 1940, Fleming venne a conoscenza degli studi condotti da due ricercatori di Oxford, Howard Walter Florey e il tedesco Ernst Boris Chain con cui collaborò per un tempo abbastanza sufficiente da ricevere il 25 ottobre il telegramma tanto atteso da Stoccolma, nel quale venne annunciato che ce l’avevano fatta: il Premio Nobel per la Medicina era stato conferito ai tre ricercatori.

La speranza era quella di ridurre le perdite umane e in tempi difficili, quali quelli del secondo conflitto mondiale, vennero messe a disposizione dagli scienziati ingenti capitali. Fu così che nel 1943 si riuscì a produrre una quantità di penicillina sufficiente a dimostrare l’efficacia dell’antibiotico, anche se era davvero difficile pensare a una dose terapeutica.

Ricercatore solitario con un occhio attento per gli avvenimenti inusuali, Fleming aveva la mentalità adatta a riconoscere la validità di un’osservazione casuale e fu proprio grazie al suo carattere mite e alla sua generosità che riuscì a conquistare il pubblico: non accettò mai, infatti, di ricevere i diritti commerciali sulla penicillina.

Alexander Fleming su un francobollo a lui dedicato.

Durante una conferenza presso la Harvard University, parlando di come a volte gli scienziati riescano a trovare quello che non stanno cercando, volle esortare gli studenti a esercitare sempre la loro curiosità:

<Nelle nostre vite il caso può avere un’influenza impressionante e, se posso dare un consiglio ai giovani ricercatori, mai ignorare un avvenimento fuori dal comune>.

Autore: Veronica Grasso

Studia Scienze Infermieristiche presso l’Università di Pisa. Fa parte di Radioeco dal 2018.

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