Omicidio Alfano, 27 anni dopo la morte del cronista siciliano

Era la notte dell’8 gennaio 1993 quando il cronista Beppe Alfano fu ucciso da tre proiettili a Barcellona Pozzo di Gotto (ME), aggiungendosi alla lunga scia di sangue provocata da Cosa Nostra, di giornalisti, in special modo, che diedero la vita per combattere a viso aperto le mafie, studiando e denunciandone gli intrighi che per lunghi anni sconvolsero le vite di città intere.

Alfano nacque proprio a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1945, comune ad oggi più popoloso della provincia di Messina, che alla fine degli anni settanta divenne una vera e propria base del clan catanese dei Santapaola, del quale Alfano aveva denunciato la presenza del boss Nitto Santapaola all’amico e magistrato Olindo Canali.

Denuncia (o confidenza) a cui però, a detta della figlia Sonia Alfano, non solo non venne dato il giusto peso, ma che portò qualche giorno dopo proprio all’assassinio del padre, vicenda di cui ad oggi, a causa dei numerosi depistaggi e false dichiarazioni, si conoscono solo gli esecutori, Giuseppe Gullotti e Antonino Merlino, ma non i mandanti, le menti che han deciso di porre fine all’esistenza del cronista, uno dei pochi ad aver alzato la testa per guardarsi attorno e scoprire i lati più bui della realtà messinese.

Docente di professione, giornalista per passione, Beppe Alfano collaborò con l’emittente barcellonese Telenews (di proprietà dell’amico Antonio Mazza, anch’egli vittima di mafia) e come corrispondente per il quotidiano La Sicilia, per il quale pubblicò numerose inchieste volte a smascherare gli intrecci fra mafia, politica e massoneria, senza contare i numerosi appunti circa un traffico internazionale di armi e uranio che colpì l’area del messinese.

Le numerose denunce di amministratori locali in combutta con le associazioni mafiose, riciclaggio di denaro, e la scoperta di un’associazione d’assistenza gestita proprio da mafia e politica corrotta, resero il cronista una figura tanto nobile e coraggiosa quanto uno degli obiettivi primari della mafia di quel tempo, com’era già successo 15 anni prima con Peppino Impastato e l’anno successivo, il 26 gennaio del 1979, con Mario Francese, uomini dediti alla politica e alla verità che portarono alla coscienza di tutti i danni provocati, quanto quelli da compiere, di quelle organizzazioni a delinquere.

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La prima pagina del giornale palermitano “L’Ora” il 19 ottobre del 1958, giorno in cui la sede fu devastata da un’esplosione di una carica di cinque chili di tritolo.
Erano anni ed anni prima il caso Alfano, la morte di Pippo Fava (5 gennaio 1985), l’attentato a Piersanti Mattarella, di cui ricordiamo i 40 anni dalla morte avvenuta il 6 gennaio 1980, eppure il giornale, diretto da Vittorio Nisticò, già da allora si attivò nella lotta contro Cosa Nostra, dalle inchieste sui boss allo smascheramento di una politica collusa e corrotta.

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Ad oggi, seppur il legame tra politica, imprenditoria e mafia resti conosciuto a tutti ma negato dai più, è difficile non accorgersi dei danni provocati nel corso degli anni dalle organizzazioni a delinquere di stampo mafioso.

Solo nella nostra penisola si contano oltre 5’400 vittime di mafia dal periodo dominato da Salvatore Riina ad oggi, meno di un sesto di quante ne abbia provocato la guerra dei Narcos in tutto il Sud America.

Aumentano i casi di professionisti uccisi per la loro tempra morale, l’onestà intellettuale e l’invito ad aprirsi alla magistratura per collaborare, da Serafino Famà, catanese ucciso da Cosa Nostra nel 1995, a Enzo Fragalà, morto nel 2010 per motivi analoghi.

Senza contare i casi di giovani il cui unico “errore” è stato trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, come Stefano Pompeo, ucciso erroneamente al posto di un boss locale, Sultano Salvatore Antonio, ritrovatasi nel mezzo di una sparatoria dal barbiere, o i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, uccisi a San Marco in Lamis (FG) perchè testimoni dell’omicidio del boss manfredoniano Mario Romito.

Come disse don Luigi Ciotti, durante un discorso in vista del 21 marzo del 2018, Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie:

“Bisogna costruire un noi, costruire speranze. Trasformare il dolore, le vittime, in testimonianza e impegno. […]

Il problema non sono le mafie, siamo noi.”

Criminalità economica, politica ed organizzata vanno di pari passo quando la società è fragile, divisa, culturalmente depressa; ed è solo rendendo la mafia un problema culturale, rendendo questa sua presenza asfissiante qualcosa di anormale e non quotidiano, che si può iniziare ad educare il cittadino alla legalità.

Ed è l’omertà, in fin dei conti, la malattia che tutt’ora, 27 anni dopo la morte di Beppe Alfano e dei tanti altri militanti contro le mafie, continua ad uccidere la verità e la speranza. La memoria deve coesistere accanto a responsabilità ed impegno, e solo così, un giorno, forse riusciremo ad ottenere giustizia.

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Autore: Federica Viola

Fuorisede classe ’99, studia Scienze Politiche presso l’Università di Pisa.

Fa parte di RadioEco dal 2019.

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