Perché Venerdì 29 sarò a scioperare (invece di fare shopping)

Tutti aspettano questo venerdì con un pensiero in mente: i saldi del Black Friday.

Ed è comprensibile.

Io stessa devo trovarmi un cavo ethernet per non dover contare sul WiFi della biblioteca per inviare gli articoli.

Ma questo venerdì si terrà anche un altro evento: il quarto sciopero globale per il clima organizzato da Fridays For Future.

Se il nero costituisce la schiacciante maggioranza del mio armadio, so per certo di non poter vivere senza verde intorno: è l’occasione giusta per mescolare i colori nella tavolozza. 

Greta Thunberg iniziò a scioperare nell’estate del 2018.

Era da sola, seduta davanti la sede del parlamento svedese.

Meno di un anno dopo, il 15 marzo, al primo sciopero globale hanno partecipato 2 milioni di persone.

Il 24 maggio hanno aderito persone da ben 130 paesi.

E come riporta Fridays For Future Italia, “durante la Climate Action Week, tra il 20 e il 27 Settembre 2019, hanno scioperato più di 7.5 milioni di studenti in tutto il mondo, dall’Islanda all’Antartide”.

Uno studio condotto da un team di ricercatori provenienti da diverse università europee ha intervistato i manifestanti, collezionando dati da 9 nazioni diverse: i risultati evidenziano un movimento animato principalmente da giovanissimi, tra i 14 e 19 anni, e donne, il 66,4% del totale.

Forse lo dobbiamo alla figura di Greta: 16 anni, femmina.

Una ragazzina, un concentrato di disprezzo sociale, meno di uno zero.

E invece, anche i ragazzini, anche le femmine, possono contare.

Possono organizzarsi e dire la loro, presentare un manifesto, unirsi e fare pressione a quegli adulti che si comportano, loro sì, in maniera inqualificabilmente infantile.

Venerdì 29 Pisa - Fridays for future

Quale danno può fare saltare la scuola, se i governi non ascoltano gli istruiti: gli studiosi parlano della catastrofe dagli anni ‘60, ma siamo nel 2019 e le emissioni di anidride carbonica non accennano a diminuire

La data del quarto sciopero (sebbene si presti a letture simboliche) è stata scelta perché precede di una settimana esatta la COP25 (United Nations Climate Change Conference), la conferenza ONU sui cambiamenti climatici che si terrà dal 2 al 13 dicembre a Madrid, in Spagna.

Gli scienziati avvertono che abbiamo a malapena 11 anni per mettere in atto strategie tali da mantenere l’aumento della temperatura globale di 1,5° tra il 2030 e il 2052, ed evitare (si spera) danni irreparabili.

Non c’è più tempo per le obiezioni: è ora che le cravatte seguano i camici bianchi. Altrimenti, semplicemente, non ci sarà più l’armadio.

venerdì 29 - Fridays for future

In un’intervista al Venerdì di Repubblica, presentando il suo libro “Possiamo salvare il mondo prima di cena” (Guanda 2019), lo scrittore Jonathan Safran Foer confronta i sacrifici che si facevano in tempo di guerra con la mancanza degli stessi, oggi, per il clima: sotto le bombe si capiva di dover razionare il cibo.

Era una necessità imperativa, senza alternative.

Oggi le bombe sono d’acqua invece che al potassio, ma siamo nella stessa situazione.

Perché manca il senso d’urgenza?

Perché quella della crisi climatica non è una buona storia.

Agli uragani, gli incendi, le catastrofi che ci ostiniamo a chiamare naturali manca la linearità dei proiettili.

Peccano di potere narrativo.

È una storia che comprendiamo, ma a cui non crediamo.

Il problema è che non possiamo più permetterci il lusso di aspettare di percepire la crisi, per agire: altrimenti, citando Foer:

“ci ritroveremo impegnati a risolvere un problema che non potrà più essere risolto”.

Jonathan Safran Foer

Il 15 marzo ero in strada, qui a Pisa.

Era bello vedere i bambini coi cartelli in mano, noi studenti intonare cori, tutti rumorosi, in marcia.

Viene da sperare

L’ironia? Ho saltato la lezione di ecologia, ma in compenso sono andata a farla concretamente.

Autore: Alison Haughton

Alison studia Scienze Biologiche all’Università di Pisa, adora l’ambiente e ha origini irlandesi. Fa parte di Radioeco dal 2019.

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